IDENTITÀ RELIGIOSA E SPIRITUALITÀ
Tenterò di fare una piccola introduzione e poi, se riesco, racconterò quale è stato il mio incontro con le culture e con le religioni diverse nei contatti personali che ho avuto in questi anni.

Un'unica fonte
Vorrei cominciare leggendo una piccola poesia di un grande mistico musulmano, Al-allag, ucciso nel 1300, in croce. Era un sufi; i sufi sono la frangia mistica della esperienza mussulmana. Al-allag, che è stato ucciso e messo in croce dai capi della religione mussulmana, dice:

"Ho molto pensato alle religioni per capirle
e ho scoperto che sono i molti rami di un'unica fonte.
Non pretendere dunque che l'uomo ne professi una,
così si allontanerebbe dalla fonte sicura.
E' invece la fonte eccelsa, di significati pregna,
che deve venire a cercarlo
e solo allora l'uomo capirà".

Credo che il tema che qui emerge è che non è tanto la nostra ricerca dell'esperienza religiosa ma l'esperienza religiosa stessa che viene a cercarci. Ecco perché, stando dalla parte nostra, tendiamo molto spesso a condividere e a confrontare solo quelle esperienze, e non solamente quelle religiose, che hanno qualcosa di comune con le nostre: in questo modo un confronto non diventa altro che un tentativo di reciproca approvazione, un modo di cercare nell'altro una conferma di quello che già viviamo e pensiamo.

Il valore della diversità
Credo che il vero incontro, la vera condivisione, la vera comunione si realizzeranno quando andremo a ricercare le diversità reciproche come ricchezze che potranno essere scambiate.
Per i cattolici il Concilio Vaticano II ha aperto questa strada, ma se leggete i documenti vi accorgerete che non sono altro che un tentativo - il che è già un passo avanti - che i cattolici fanno per andare alla scoperta di quello che hanno in comune con le altre esperienze religiose. Questo - non dico che necessariamente lo sia - può diventare un "egoismo a due". Siamo abituati a confrontarci su un terreno comune: ebbene io credo che il vero terreno comune, il vero incontro sia quello della diversità più profonda; solamente fra due persone veramente diverse ci può essere un confronto.
Non siamo abituati ad incontrarci sulle diversità. C'è un maestro indiano che dice: "di fronte alle difficoltà voi cercate di risolverle, noi tentiamo di passarci in mezzo".
Diversità di razza, ideologia, religione, diversità di età, di cultura: per poter fare questo confronto credo che sia inevitabile e assolutamente necessaria la relativizzazione di tutto il nostro credo; se non metto in discussione quello a cui credo, a qualunque livello, non solamente religioso, non mi impegnerò mai a fare un confronto con uno diverso. Relativizzare i nostri dogmatismi, le nostre sicurezze, soprattutto le nostre sicurezze religiose, fino al punto da relativizzare le nostre stesse esperienze di Dio: finché non mettiamo in discussione Dio, non sarà mai possibile fare un confronto fra le religioni.

Relativizzare il nostro credo
Sempre Al-allag dice:

"la religione di Dio ho rinnegato,
era mio dovere
mentre per i mussulmani sarebbe stata solo un'infamia".

Capitemi bene, finché non rinnego la mia religione non posso confrontarmi con un altro e tenderò sempre di convincerlo che ho ragione io, come è sempre stato.
Abbiamo visto che il vero incontro avviene sulle diversità e che per poterlo attuare è necessario relativizzare il nostro credo; un discorso del genere credo sia possibile farlo solamente oggi. Fino a pochi anni fa non sarebbe stato possibile; sarebbe stato contestato non solo dall'autorità religiosa ma anche da qualunque altra autorità, familiare, sociale, politica, anche perché scalzare questi dogmatismi a livello religioso vuol dire mettere in discussione, e forse mettere in dubbio, tutta l'assolutezza e sicurezza della nostra esperienza umana; per esempio la morale, e non solamente tra noi cristiani in area cattolica o in area mediterranea, ma di qualunque altra religione.
E' possibile fare questo discorso, io credo, perché siamo in un momento di cambiamento radicale; tanti valori sono messi in discussione, tanti modelli stanno saltando, non reggono più, mentre ancora non sono costruiti nuovi modelli.
Pensate, per esempio, al matrimonio: non è che siamo più cattivi di due, tre o quattro generazioni fa; è che il modello matrimonio è saltato e quello nuovo ancora non è stato scoperto. La scuola, l'educazione, la religione, sono importanti per quella carica di libertà che possono dare. E' inutile parlare di religione se non c'è questo elemento di libertà: sarebbe oppressione, convincimento, proselitismo, ma non religione. Io credo che una esperienza si possa definire autenticamente religiosa nella misura in cui dà la possibilità di una libertà, altrimenti è oppressione, e una oppressione delle più terribili perché ogni condizionamento viene dato in nome di Dio.

Liberarci di un Dio troppo "nostro"
Liberarmi da un capo politico o da un capo culturale è abbastanza facile, ma liberarmi di Dio non è così facile. Credo che gli uomini religiosi debbano avere il coraggio di liberare l'umanità dalla religione e soprattutto (se così posso dire senza essere frainteso) di liberare l'umanità da Dio. Hans Kung, uno dei più importanti teologi tedeschi, durante una conferenza ha detto:

"Non ci sarà pace tra le nazioni se non ci sarà pace tra le religioni".

Da millenni, forse da sempre, Dio è usato per costruire la grandezza dei popoli, dividendoli per razza, per cultura, per nazioni e quindi per religioni; e ha costituito la grandezza di un popolo contrapponendolo ad altri popoli, contrapponendo il nostro Dio a quello degli altri.
Evidentemente un messaggio di liberazione viene da una religione non repressiva, non reazionaria, né politicamente né moralmente; da una religiosità aperta che non si riferisce alle glorie del passato ma ha il coraggio di avventurarsi nel futuro.
Le nostre religioni, non solamente quella cristiana, costituiscono la grandezza di oggi sulla potenza del passato.
"Guardate che cosa ha fatto la cultura cristiana, guardate l'arte e la letteratura": questa è una enunciazione religiosa delle più reazionarie, delle più terribili.
Credo che la libertà di dialogo fra religioni diverse supponga una profonda libertà di coscienza tra i componenti del dialogo. Certamente è un cammino difficile perché se comincerò a percorrere questa strada non finirò mai di percorrerla, non potrò mai affermare di essere arrivato ad un punto fermo.

Il rischio della fede
Dice sempre Al-allag:

"Se vai ad avvertire i miei amici che io sono andato per mare,
e la nave della mia esperienza religiosa si è infranta,
vuole dire che quella è la vera (esperienza)".

Certo questo è un cammino pieno di rischi perché si può arrivare a perdere quello che abbiamo raggiunto, ma almeno così saremo alla pari tra chi dice di credere e chi dice di non credere, allora sarà possibile dialogare.
Ricordo un mio maestro che ha vissuto per quarant'anni sperduto in India, non si sapeva dov'era, era diventato sannyasi (monaco viandante, peregrinante). Quando lo abbiamo ritrovato gli ho chiesto: "Ma percorrere questa strada è molto pericoloso, si rischia di perdere tutto, anche la fede se uno ce l'ha..." e lui mi ha risposto: "Ciò che può essere perduto non ha alcun interesse che sia conservato. Se la tua fede viene perduta significa che non era vera fede, e allora valeva la pena di perderla: la vera fede non si perde mai; solo la falsa fede può essere persa, perché perdere la vera fede vorrebbe dire che Dio perde noi, ma questo, se Dio esiste, non avverrà mai. E' una cosa stupenda che l'ateismo attuale ci liberi finalmente dalle nostre false fedi e da un Dio che per troppi cosiddetti credenti non è nient'altro che una invenzione. Io credo che il silenzio, la discrezione e l'apparente ateismo dei veri credenti dovrà bruciare tutto quello che abbiamo costruito su Dio perché da queste ceneri può sorgere solamente, se c'è, l'esperienza del vero Dio".

L'esperienza del profondo
Fatta questa premessa vorrei affrontare il tema di questo incontro nella sua dimensione ascetico-mistica poiché è solo in una ricerca degli aspetti più profondi e più intimi delle credenze religiose che ci si può incontrare; le altre dimensioni, per esempio quelle filosofiche o teologiche non permetteranno un incontro ma sottolineeranno soprattutto le contrapposizioni.
Nella profondità dell'esperienza religiosa è possibile vedere un cammino comune. Non per niente tutte le religioni ufficiali hanno contestato l'esperienza mistica, contemplativa, cioè l'esperienza del profondo, l'esperienza dell'intimo di ognuno; spesso, anzi, hanno ucciso quelli che hanno fatto questa esperienza mistica perché è il cammino meno propriamente sacro e quindi più squisitamente umano dell'esperienza religiosa. La vera esperienza religiosa rompe ogni schema sacrale, non accetta luoghi sacri o persone sacre.
Il dialogo è allora affidato alla capacità di coloro che accettano una trasformazione continua, una continua evoluzione della propria coscienza religiosa; altrimenti si diventa dogmatici.
Le persone che hanno tentato un'esperienza di continua mutazione, di continua ricerca, sono state considerate e riconosciute da tutte le religioni come elementi fondamentali di riferimento. Pensate a san Francesco, a Ramakrishna, personaggi riconosciuti veri e autentici da qualunque religione. Un grande scrittore, il monaco Thomas Merton, quando è arrivato in Oriente per conoscere l'esperienza monastica di altre religioni, ha detto:

"Non sono qui in Oriente come studioso o come curioso ma come pellegrino, desideroso non di raccogliere fatti o dati ma per bere alle vostre antiche sorgenti di un'esperienza religiosa. Non voglio saperne di più in fatto di religione, ne so anche troppo, ma voglio fare di me, con il vostro aiuto, un monaco migliore e possibilmente illuminato".

Parlava a monaci buddisti. Non so se sono riuscito a farvi percepire che questa è una dichiarazione planetaria; la dimensione di un'esperienza di questo genere non ha confini.

Il linguaggio del simbolo
Come ci si intende a livello di esperienze religiose diverse? Quale è il linguaggio da seguire, da proporre?. Il modo vero di dialogare è essere in comunione; e la vera lingua dell'esperienza religiosa non è la teologia né la filosofia ma il mito, il simbolo.
Gli uomini religiosi, come i poeti, i musici, gli amanti, hanno sempre usato il simbolo per parlarsi e per conoscersi. O due persone che si amano sanno usare il simbolo oppure l'amore si spegne; la capacità più profonda che l'uomo possiede per comunicare non è la parola ma il simbolo.
E' necessario quindi parlarci al di là delle parole anche se purtroppo abbiamo lasciato l'interpretazione del simbolo agli psicoanalisti. Io amo molto la psicologia, non ho niente contro di essa ma attraverso la psicologia demandiamo a dei 'tecnici' quello che invece è proprietà di ognuno di noi, quello che è nostro diritto sapere.
Ho tentato di riassumere in alcuni flash quelle che sono state le mie esperienze durante i viaggi nei quali ho avuto la fortuna di incontrare veramente esperienze diverse, religioni diverse.

"Ci rivedremo al terzo cielo"
Nel 1978 ho avuto l'opportunità di trascorrere un lungo periodo in Cina; era appena morto Mao ed era in pieno svolgimento la lotta della 'banda dei quattro'. Ricordo che mi fecero vedere a Pechino la lettera che il Vescovo di Canton scrisse alla Regina Vittoria. In quel periodo l'Inghilterra prendeva dall'India oppio che vendeva poi in Cina distruggendo quella popolazione; l'Imperatore cinese scrisse una lettera chiedendo per favore alla Regina di non distruggere il suo popolo con l'oppio; la risposta della Regina Vittoria fu la distruzione di Canton a cannonate. In quell'occasione il vescovo di Canton scrisse queste parole: (la lettera si può vedere a Roma a Propaganda Fide) "Su questi ignobili esseri somiglianti più a scimmie che a persone finalmente può ancora trionfare la croce di Cristo".
E' uno dei primi contatti che ho avuto con la Cina di Mao; ed ero entrato in Cina come prete, anche se nessuno lo sapeva. Ricordo una conversazione che ebbi con una guida del partito comunista cinese perché fu in quell'occasione, il febbraio del '78, che il congresso del partito comunista cinese decise, per la prima volta dopo la rivoluzione, di aprire la cultura cinese ad una esperienza religiosa. Gli chiesi se Mao credeva in Dio e lui mi fece leggere una poesia di Mao in occasione della morte di tre sue amiche: "Arrivederci, ci rivedremo al terzo cielo". Io dissi: "Allora?", "Allora fai tu" mi disse. Poi (lui sapeva che ero prete), quando mi accompagnarono a Pechino, all'aeroporto mi chiamò in disparte e mi disse: "Noi sappiamo chi sei, fra poco avremo bisogno di te. Questa volta ti abbiamo fatto vedere le cose belle della Cina, la prossima volta ti faremo vedere anche le cose brutte, così ci potrai aiutare". Poi disse: "l'unico modo che i cinesi hanno di percepire il messaggio religioso è quello di un'esperienza radicale; ogni messaggio che non sia un'esperienza radicale sarà sempre un messaggio di proselitismo e di desiderio di predominio culturale".

In nome di Dio
Infatti, per esempio, in Cina il Vaticano è considerato solamente una potenza straniera che cerca di ingerirsi nella politica cinese.
Non è facile incontrare un altro. Sentite cosa suggerisce Confucio ai cinesi:

"Ad uno straniero un vero cinese dovrà dire soltanto metà della verità; l'intera verità dovrà dirla solamente ad uno della sua razza".

Ricordo una discussione che avemmo sulla libertà: "Voi non avete la libertà, dicevamo, siete controllati su tutto..." e loro dicevano lo stesso di noi, poi ci è venuto il dubbio di chiedere "Ma per voi la libertà che cos'è?" e lui ha risposto: "E' libero uno che appartiene ad un gruppo; uno che è solo non è libero...".
Io credo che spesso l'incontro tra religioni diverse abbia bisogno della distruzione del credo dell'una e dell'altra, altrimenti non ci si incontrerà, ci si farà la guerra, come è sempre stato fatto: quante guerre in nome di Dio! Non si contano più!
Anche andare in mezzo ad un altro popolo ad aiutare i poveri, curare gli ammalati, lavorare per gli altri... è molto pericoloso se fatto in nome di Dio.
Il cammino religioso è semplicemente l'abbandono del mio "Io". Ogni credente che entra in un'azione con l'obbiettivo di convertire rischia di condannare al martirio non se stesso ma quelli di quel popolo che crederanno; saranno proprio le persone diventate credenti che daranno la vita per il missionario che è venuto; non il missionario che darà la vita per loro. Così è stato, per esempio, per tutta la tragedia del Giappone, milioni di persone uccise perché credevano nel Dio del missionario venuto. Sapete come erano chiamati i missionari? "Uomini bianchi venuti per rubare dal mare", perché i missionari erano al seguito di portoghesi e spagnoli.

Incontri
Lo stesso discorso si può fare anche per quei ragazzi negri che vediamo per le strade. Eravamo, insieme con Carlo Carretto, in un'oasi del Sahara e nella nostra casa veniva sempre un ragazzino, Mustafà, che era diventato nostro amico; viveva con noi, mangiava con noi, scherzava con noi. Un giorno l'abbiamo visto che piangeva e noi gli abbiamo chiesto perché, dopo molte insistenze ci ha risposto: "Piango perché voi che siete miei amici non potete venire con me in paradiso perché siete cristiani". In nome di Dio non si fa piangere un bambino e noi l'abbiamo fatto, e se lo si fa, quel Dio per cui il bambino piange è un falso Dio, un Dio che non esiste.
Ricordo che facemmo un ritiro, un'esperienza di silenzio, di solitudine, a quaranta chilometri dall'oasi più vicina, in mezzo al deserto, in una piccola oasi abbandonata; un po' d'acqua e una piccola tenda. Dopo due giorni che ero li è arrivato da lontano un cammelliere e si è fermato, io non sapevo l'arabo, lui non sapeva nessuna altra lingua e ci siamo scambiati l'unica parola araba che sapevo: "Come va?", "labes", e lui mi rispondeva: "labes", "va bene". Rimase venti minuti, mezz'ora, poi ripartì e il giorno dopo tornò, così ogni giorno fino all'ultimo giorno; io avevo paura. Quando sono tornato nell'oasi ho chiesto chi era: "Quelli dell'oasi hanno saputo che tu eri là a pregare; erano preoccupati che non ti mancasse niente".
La preghiera per il mondo mussulmano è fondamentale; è l'unico segno che indica un'esperienza religiosa. Ho avuto occasione di fare un giro con il Vescovo di Laghuat, che è il Vescovo di tutto il Sahara; mi faceva vedere le enormi chiese costruite anche nelle più piccole oasi (evidentemente con il campanile più alto del minareto della moschea) simbolo della dominazione francese. Ad Algeri i francesi requisirono la "moschea Azzurra", la più bella della città, e la trasformarono in cattedrale cattolica, oggi è nuovamente una moschea. Ricordo che passando vicino al cimitero cristiano di Algeri vedendo tutte quelle croci chiesi al taxista: "E' un cimitero cristiano?" e lui rispose: "No, non è cristiano, è francese". E il vescovo commentò: "Dopo un'esperienza di cento anni di questo genere è necessario che tutto sparisca. Lasciamo passare due generazioni, poi ne riparleremo".
Credo sia necessario ritornare ad una esperienza molto diversa da quella a cui siamo abituati.
Ho avuto la fortuna di stare molto tempo in India e di potervi tornare molte volte. Le prime sulla scia, sulle carovane, lasciatemi dire, di tanti giovani, una lunga carovana di giovani europei e americani che salivano verso l'India e non sapevano che cosa andare a cercare. Io cercavo una dimensione contemplativa della mia esistenza umana. Sono convinto che l'Occidente ha avuto un grande dono dalla cultura greca attraverso il pensiero e la parola, ma non posso ridurmi soltanto a pensiero e parola. Me ne sono accorto in India: il termine "parola" significa 'involucro' e se dico la parola solamente per dire la parola... è il vuoto.
Anche la cultura semitica è stata un dono, ma non ha niente a che fare con l'esperienza e con la cultura dell'Estremo Oriente; il moralismo e il legalismo ebraico sono ridicoli in terra indiana, per non parlare del moralismo cattolico: per un Indù il sesso è essenzialmente sacro, è la manifestazione della vita di Dio, la manifestazione della forza di Dio, la "sakti" che sostiene l'universo ed è venerata come ogni altra forma del divino. E' una visione cosmica dell'uomo, l'aria, la luce, il calore, l'acqua, la madre terra che mi dà da mangiare, da bere, mi sostiene e che alla fine della vita mi accoglierà come una madre e dal cui seno potrò rinascere...
Ricordo un amico, nel paese in cui abito, che, nelle giornate di Chernobyl aveva sulle spalle la sua bambina che piangeva; "Perché piange?" gli ho chiesto, "Vuole che la metta giù a giocare con la terra, ma io non voglio". Vi ricordate quei giorni? In termini indiani potremmo leggerlo: "Non voglio che mia figlia tocchi sua 'madre'". E' terribile per un indiano non poter toccare la terra. L'esperienza indiana è il tentativo di unificare l'uomo e la donna, l'universo, la natura e Dio, farne un tutt'uno.

Dialogo
Il mio Dio è il profondo della mia esperienza. Non è più possibile allora, a questo punto, vivere un'esperienza religiosa isolata dall'altra; o c'è un incontro nel profondo della mia esperienza oppure non ci incontreremo mai.
Ricordo un tempio di Calcutta con attorno, come nelle nostre chiese, delle immagini dipinte; il monaco che ci accompagnava cominciò a spiegarcele: "La prima è la nascita del Budda, nato dal fior di loto, vergine... poi più avanti la discussione del Budda a nove anni con i sapienti nel tempio... poi più avanti Budda un giorno ebbe sete, era vicino ad un pozzo, venne una donna di bassa casta ad attingere acqua: "Donna, dammi da bere!" e lei rispose: "Tu chiedi da bere a me che sono di bassa casta?". Chi ha letto il Vangelo sentirà delle risonanze molto chiare.
Noi pensiamo subito che qualcuno abbia copiato perché non leggiamo i nostri libri sacri con l'occhio del simbolo e del mito ma solamente con quello dell'intellettuale e del filosofo. La Bibbia è anche un libro mitologico, è storia interpretata dalla mia esigenza di unificazione e di unità; qui c'è il dialogo, qui ci possiamo intendere. La verità è una, ma ha molte facce e si manifesta sotto vari simboli.

Dio è più grande
I valori, di qualunque religione siano, vanno vissuti fino in fondo. C'è una frase nel Vangelo: "E' bene che io me ne vada perché se non me ne vado non potrà venire lo Spirito". E' bene che io vi perda perché voi vi possiate ritrovare.
Non ho niente contro la Chiesa ma non posso identificare la mia esperienza religiosa con la Chiesa; Dio è molto più grande della Chiesa, ognuno di noi lo è.
Non credo che Cristo avesse pensato di costruire un'organizzazione quando ha pensato al messaggio del Vangelo; pensava a qualcosa di molto più grande. Noi siamo talmente legati a questa esperienza organizzativa che ci sfugge la realtà che le sta dietro. In una parola io credo che la difficoltà dell'incontro tra diversi, almeno tra religioni diverse, è proprio l'educazione che abbiamo avuto, il possesso privato di Dio che ci è stato inculcato. Ed è la nostra istruzione teologica di catechismo che ci fa problema.
Il Cristo e tutti i grandi dell'umanità hanno sempre dichiarata decaduta la potenza umana della religione: ogni volta che in nome di Dio qualcuno diventa potente è un falso.

In spirito e verità
Ricordo l'ultimo viaggio fatto in India, con un gruppo di cinquanta persone: c'era tanta gente che ci veniva a chiedere l'elemosina, tanti bambini, e c'era un uomo vestito d'arancione che seguiva tutti e ci guardava; qualcuno ha detto: "ma guarda quello, guarda solamente, non dice niente, non ha bisogno, non chiede l'elemosina ma guarda". Era un sannyasi, aveva fatto il voto del silenzio e solamente con lo sguardo cercava di chiedere l'elemosina, se lo capivamo.
Il Cristo, che ha annunciato la fine del tempio di pietra, ha dichiarato aperta l'era degli adoratori dello Spirito e della verità, di qualunque razza siano. Noi abbiamo ricostruito templi perché non troviamo più nello Spirito e nella verità di ognuno di noi questa esperienza del profondo: è troppo difficile, è più facile trovarla in uno spazio sacro!
Chi vuole ricostruire il Regno di Dio con mezzi potenti prolunga la difficoltà storica dell'incontro tra le varie religioni.
E un'ultima cosa: questa moltitudine di negri, africani, mussulmani che entrano dentro la nostra vita come un cuneo! Diventa ormai un obbligo il dover dialogare con loro. Non lo abbiamo voluto fare per amore, lo faremo per forza.
E forse non siamo messi in discussione tanto da questa gente ma anche dai nostri giovani che stanno ricercando altrove, forse molto lontano, la stessa esperienza religiosa, spirituale. Questi giovani entrano nelle nostre famiglie, sono migliaia e migliaia, silenziosi: metteranno in discussione le nostre sicurezze o il nostro "non pensarci su". Tutto questo interesse per l'Oriente, dalle arti marziali allo yoga alla meditazione, ci fa sorridere. Badate che questa gente paga cara un'esperienza a cui non è preparata, e noi li abbandoniamo, li lasciamo soli. Vanno a cercare quello che forse noi non riusciamo più a dare loro. Forse sta finalmente affiorando una situazione che ci obbligherà a ripensare al nostro perbenismo o al nostro star tranquilli, perché non potremo più difenderci con delle leggi, non potremo più mandare fuori dall'Italia quelli che sono entrati perché saranno quelli di casa nostra.

Il volto di Dio
Ricordo una donna, guru (maestro) di un grande ashram nel Kerala; era ammalata, quando seppe che ero cristiano, che ero prete, mi chiamò e mi fece rimanere vicino a lei in silenzio. Dopo mezz'ora che stavo lì chiesi se aveva qualcosa da dirmi e lei mi disse: "Sì, ho qualcosa da dirti. Vedi, il volto di Dio ha due facce; noi vediamo una faccia di Dio, voi vedete l'altra; l'importante è che nessuno dei due dica di vederla tutta intera". Poi ancora mi disse: "Sii più cristiano e più prete di quello che sei" poi mi ha dato metà della sua mela, metà del suo piatto. Per un indiano mangiare nello stesso piatto, metà per uno, è molto importante.
Ricordo un altro episodio riguardo a Ramdas, il fondatore di quello stesso ashram: quando morì Papa Giovanni uno dei suoi discepoli alzò la mano e disse: "Ho sentito per radio che a Roma è morto Papa Giovanni. Era un santo." E quest'uomo rispose: "Non mi importa se era un santo; l'importante è se ha visto Dio o no". E' possibile farlo. Mi viene in mente quello che mi dicevano in India di Madre Teresa di Calcutta e dell'Abbé Pierre che forse molti di voi conoscono: "Queste persone sono molto preziose perché ci hanno dato il senso della solidarietà; ci hanno insegnato ad occuparci dei poveri, ma se volete imparare chi è Dio dovrete venire voi da noi."

DIBATTITO
Domanda:

Ci dica qualche cosa della sua esperienza in Italia, vorrei rendermi conto di che cosa l'ha spinta a cercare fuori di qui, nel deserto, in India.

Andare al di là
Tento di rispondere raccontando un incontro che ho fatto in Giappone. Mi hanno accompagnato fuori Tokio, vicino a Fuji, verso la montagna; dopo aver camminato per parecchio tempo in mezzo al bosco siamo arrivati in una casa quasi nascosta dove ho incontrato padre Oshida. Era monaco zen - lo zen è una delle esperienze più radicali, più forti dell'esperienza religiosa giapponese - poi è diventato cristiano, è diventato prete, domenicano, e adesso è diventato eremita e vive come monaco zen, discepolo di Cristo, di Gesù, lui dice, ma monaco zen buddista.
E' coinvolto a livello internazionale per la pace; ha fondato un centro a Tokio, un altro a Hong Kong, uno nelle Filippine. Gli hanno offerto una somma enorme purché si ritirasse dal Comitato per la pace internazionale, lui ha rifiutato e adesso è tenuto sotto controllo dalla CIA. Vive su questa montagna con un gruppo di ragazzi e di ragazze, lavora e lavorano durissimo nei campi, hanno lunghi momenti di silenzio, di preghiera, dando una testimonianza insolita in Giappone, paese controllato e vissuto come tecnica - chi è stato in Giappone sa cosa significa la vita là -. Per Oshida l'incontro tra le religioni avverrà con il raggiungimento di ciò che è al di là di ognuna di esse. Le dimensioni religiose autentiche vanno al di là di qualunque esperienza religiosa concreta; non importa dove, l'importante è andare al di là.
Prendiamo un altro esempio: Gandhi. Non ha voluto convertire nessuno all'induismo, ma è stato talmente provocatorio nei valori fondamentali che se uno veramente lo ascolta, cristiano, ateo, buddista o indù, deve andare fino in fondo nella sua esperienza.
Questa esperienza di dialogo, questa necessità di incontro, questo doverci parlare è ormai dentro la nostra vita, e non come un atto di bontà ma come una necessità e un atto di verità.

Domande:

*Non ho sentito mai parlare, pur essendo stato molto tempo in paesi mussulmani, di 'mistici' di questa religione. Oltre all'esempio che ha fatto lei ce ne sono altri? [...]

*Guardo un pochino con sospetto la 'tentazione', per chi fa un'esperienza religiosa, al ritiro, alla riflessione, alla ricerca dentro di sé, perché trovo che la vera spinta dell'uomo al senso religioso sia "amatevi come io vi ho amato" perché praticare questa via è molto difficile. Invece di cercare fuori comincia dal tuo vicino, non c'è bisogno di andare tanto lontano per fare questa esperienza religiosa. Questa visione che ho cercato di esprimere del senso religioso non l'ho propriamente sentita nel suo intervento.

*Cosa vuole dire esperienza mistica? Mi è sembrato di capire che non è un'esperienza di chiudersi in se stessi ma un'esperienza di incontro. Abbiamo parlato di una persona controllata dalla CIA, quindi una persona che parlava: allora silenzio o parola? Qual è il punto di incontro?

*Vorrei sapere se per queste cose che lei dice ha avuto guai con la gerarchia...

*Uno che voglia effettivamente trovare al di là delle cose, pur vivendo una realtà quotidiana semplice, di tutti i giorni, come può avvicinare, aiutare il vicino, essere amico [...]
E a proposito del catechismo sembra che tu dica che è sbagliato; io sono stato sempre convinto che fosse una cosa buona. Allora cosa bisogna insegnare a questi bambini piccoli?

*Non abbiamo più modelli, non ci identifichiamo più con lo Stato o con la Chiesa o con un partito o un qualsiasi ambiente...
Ogni giorno mi trovo a parlare con persone che hanno scelto vie religiose diverse e mi spiegano che in queste hanno trovato la felicità, la libertà...
Nonostante che io abbia avuto un'educazione religiosa - avevo dieci e lode sulla pagella del catechismo - e abbia fatto cresima e comunione, mi ritrovo con tanti dubbi perché sento che effettivamente non mi è stato insegnato niente. A 35 anni mi accorgo di sapere soltanto delle cose a memoria, molte delle quali storpiate; sento di avere un grande vuoto in quanto una certa credenza con cui avevo vissuto fino ad ora non esiste più.
Sono inserita in questa società con un lavoro, con una famiglia e con una figlia per cui è molto difficile per me confrontarmi, come diceva lei prima, ricercare, perché la verità è una ma ha tante facce.
In questo senso le chiedo non dico un aiuto ma almeno un po' di luce.

"Voi uccidete i profeti"
Non solamente Al-allag è stato ucciso, come mistico, dalle gerarchie della sua religione. Noi abbiamo l'esempio più lampante: Cristo, che è stato ucciso dai capi della sua religione. E non poteva che essere così: secondo la logica dell'esperienza ebraica avevano ragione. Uno dei mistici che bene conosciamo, Savonarola, ha, da mistico, contestato tutta la istituzione Chiesa: adesso è stato aperto il processo di beatificazione. Secondo me, si avvera per l'istituzione Chiesa quella frase che Gesù dice nel Vangelo:

"Voi uccidete i profeti poi fate loro i monumenti aumentando il peccato che avevano commesso i vostri padri".

Non si ripara uno sbaglio mettendo sugli altari chi è stato ucciso, si dice solamente che è stato ucciso e non si uccidono i profeti di oggi.
La figura di Cristo dava molto fastidio a noi cristiani, era un nomade, uno zingaro, senza casa, senza una pietra su cui poggiare il capo, e allora ne abbiamo fatto un qualcosa di perbene, che almeno non sia così violento come di fatto è... e così ci va abbastanza bene.

Il mistico
Mistico è colui che vive altrove; vive in mezzo alle cose ma sempre al di là. Vive sempre la realtà in una dimensione diversa da quella che è, ma non so bene se la realtà è quella che vive lui o quella che vivo io. E non è detto che la realtà autentica sia quella che sono in di più a vedere! Ci sono vari gradi di conoscenza, e c'è una certa conoscenza che non tutti possiamo avere.
Un mistico della Bibbia è Abramo.

"Viveva a Ur dei Caldei un uomo di nome Abramo e un giorno Iddio lo chiamò e gli disse:
'Abramo',
'Cosa vuoi?',
'Parti, lascia la tua casa, lascia la tua razza, la tua religione e vai nel paese che io ti dirò'.
'Dov'è?,
'Te lo dirò quando ci sarai arrivato'.
E Abramo parti dalla terra di Ur e quando fu nella terra di Canaan Iddio gli disse:
'Questa è la terra che ho preparato per te e siccome questa è la terra che ho preparato per te, tu rimarrai per sempre in questa terra come straniero". (Gn 12; Eb 7)

Questo è un mistico: uno che sa vivere nella terra che Dio ha preparato per lui come uno straniero, che sa vivere in qualunque terra come a casa sua. Se ci pensate bene è la stessa tensione che tutti abbiamo a livello politico e a livello culturale: raggiungere un mondo in cui sia possibile vivere in qualunque patria come nella propria. Non è facile, ma è l'unità a cui tendiamo tutti.
Allora il mistico non è colui che è fuori dal mondo ma è uno che vive dentro i problemi del mondo, che vive fino in fondo la sua esperienza.
Il mistico è nella dimensione della profondità della vita; l'abbiamo chiamata "estasi", una parola che deriva dal greco ekstasis, cioè stare fuori, fuori di sé.
In psicologia c'è una piccola esperienza di questo genere quando molte volte i cosiddetti "malati mentali", che sono fuori di sé, sono, secondo la psichiatria, il punto di evidenza del malessere che sta vivendo il loro ambiente o la loro famiglia espressi in una sola persona, così come tutte le emarginazioni della nostra società esprimono il malessere che c'è dentro la nostra società: gli zingari esprimono il malessere che c'è dentro la nostra società, ugualmente il malato mentale, ugualmente il mistico. E' la punta dell'iceberg, ed è preziosissimo. Non certo per lui: tutti i mistici sono stati uccisi dal potere politico assieme al potere religioso, tutti, perché pur ritirandosi da parte sono ben presenti e danno molto fastidio.

Partire
Il dubbio è parte integrante dell'esperienza di fede; chi non ha dubbi non crede. La fede senza dubbi è una fede ideologica, è l'ideologia che non ammette il dubbio, non certo l'esperienza religiosa.
Come il dubbio così è l'ateismo. Se avessimo il coraggio di ammettere l'ateismo che c'è dentro ognuno di noi, sarebbe una grande consolazione per tutti quelli che si dicono atei e un profondo ridimensionamento per quelli che si dicono credenti: è lì che ci si incontra.
Bisogna partire, e ognuno ha il suo modo di partire.
I giovani che sono andati in India... E non è così facile, non è così comodo come troppe volte è stato detto loro - a Shantivanam un ragazzo francese si è lasciato morire di fame: non si muore per niente, badate!

Ognuno percorre un lungo cammino, è lo stesso cammino che facciamo noi; solo che noi abbiamo dei modelli di cammino e guai se ognuno non imbrocca la strada che abbiamo preparato per lui! Ogni cammino è completamente diverso dall'altro a qualsiasi livello - professionale, politico, religioso, di fede - e non voglio che nessuno mi venga a dire che cammino devo fare io.
Cosa insegnare ai bambini... Forse lasciarli fare il proprio cammino e aspettare il più possibile a scaricare loro addosso tutto quello che è la nostra ricerca e la nostra fatica.

Abbandonare il proprio "io". L'abbandono del proprio "io" è in vista del raggiungimento del 'vuoto' inteso come 'libertà'.
E' difficile liberarsi di Dio perché si è facilmente schiavi di Dio; ma ancora più difficile è liberarsi dal proprio 'io', dalle mie idee, la mia esperienza, la mia educazione, il mio credo, i miei dogmatismi... questo è il mio 'io' profondo (e non solamente psicologico).
Il mondo orientale dice, di questa 'liberazione', che è molto difficile e pericoloso farlo da soli; devi sempre avere un maestro, da solo potresti perderti.
Noi abbiamo perduto il senso del maestro, cioè di chi fa un'esperienza non per poter insegnare ma per poter indicare un cammino.
Nell'isola del Borneo c'è una stupenda collina dove è stato costruito un tempio buddista.. La collina è tutta una scultura divisa in sette fasce che salendo raccontano tutta la vita dell'uomo, i sette stadi della vita dell'uomo. Poi cominciano le stupa, grandi costruzioni religiose con le cupole; dopo tre giri di stupa il punto di arrivo - faticosissimo da salire (come ad indicare tutta la vita) - e la grande cupola dove vive la divinità, dove vive la profondità dell'esperienza religiosa; girando attorno non trovi porta, non c'è porta e non ti rimane altro, dopo aver fatto una fatica così grande, che tornare giù e, se vuoi, aiutare un altro a salire.
Ricordo un buddista che a proposito di questo simbolo mi disse: "per noi buddisti non c'è porta, ma c'è scritto nel Vangelo di un Gesù che dice: 'io sono la porta', perché non ce lo avete detto?".
Questo, per me, è Gesù; non quello che abbiamo deformato e rimpicciolito. Certo è vero anche il Gesù storico, Gesù di Nazareth, ma c'è anche la dimensione molto più vasta, del Gesù cosmico a cui non siamo stati abituati. Noi abbiamo ridotto Gesù per poterne fare un nostro possesso, ma quando Dio diventa possesso di qualcuno scompare, e lo si perde, ed è così che deve essere. Chi fa di Dio un proprio possesso l'ha già perduto: Dio non accetta di diventare proprietà di nessuno, e lo stiamo vedendo.

Cosa succede a uno che parla così? Niente!

Il catechismo
Il catechismo ai bambini! Anch'io faccio catechismo ai bambini e come ognuno di noi che lo fa in un certo modo tento di dare una risposta. C'è il grande problema dei sacramenti. Credo di aver convinto la gente, i bambini soprattutto, che non sono diversi perché hanno ricevuto il battesimo, la cresima, la comunione. Attraverso i sacramenti non diamo loro una esperienza, anzi diamo loro un grosso dubbio; anche i non credenti danno ai loro figli i sacramenti proprio perché è un fatto sociologico e, proprio in quanto fatto sociologico, non posso negarglielo; è un fatto esclusivamente sociologico che non ha niente a che fare con l'esperienza di fede.
Noi abbiamo sacramentalizzato l'Italia facendone un popolo di mezzi atei, e mi ci metto in mezzo anch'io, non so gli altri.

Profeti di oggi
I profeti. L'istituzione ha come prima regola socio-psicologica il mantenersi, e la Chiesa non sfugge a questa legge. Io non sono contro la Chiesa, ma se la Chiesa è una potenza economica, politica, culturale (mi fermo ma potrei continuare) e io non sono d'accordo con questo tipo di potenze, non posso non combatterla.
Un nostro amico in Colombia aiutava gli Indios. Parroco, era stato fatto segno tre volte di fucilate, è andato dal Vescovo a dire "mi uccidono" e il vescovo lo ha aiutato spostandolo a due chilometri e mezzo di distanza: dopo due giorni è stato ucciso! Capite? Io non posso non dire "tu l'hai ucciso, l'hai assassinato", non posso non dirlo!
Nel '64 ero in Brasile durante una riunione di comunità di base, una ragazza di diciotto anni che per un anno intero era stata in carcere ci fece vedere nei polsi e nelle caviglie i segni delle catene e ci ha detto: "il mio vescovo mi ha denunciato alla polizia come comunista", poi ha preso il Vangelo e ha letto quel brano di Giovanni che dice: "Verrà il giorno in cui vi metteranno in prigione e vi condanneranno credendo di dar lode a Dio"; poi ha chiuso e ha detto: "ma ci dobbiamo perdonare". Io non posso non dirlo, non possiamo nascondercelo; non facciamo un bel servizio alla Chiesa facendo conto di niente.

Scomuniche e fede
Dio per essere difeso non ha bisogno di nessuno, si difende da solo e benissimo. Questa esperienza mi fa mettere la mia fede non nella Chiesa, non negli uomini, ma in Dio. Io so che troppe volte l'esperienza di Chiesa è stata determinante per troppa gente riguardo al loro incontro con Dio. Ricordo una donna, nella mia parrocchia, che il giorno del matrimonio di sua figlia mi ha chiamato e mi ha detto: "Don Arrigo, io non vengo in Chiesa dal 1949. Il giorno in cui entrai in chiesa andai a confessarmi e la prima domanda che il prete mi ha fatto è stata: "sei iscritta al partito comunista?" io ho detto sì e lui mi ha detto: "tu sei scomunicata" e io mi sono alzata e sono uscita fuori aspettando le mie compagne, le mie amiche che erano andate anche loro a confessarsi. Ho aspettato tutta la messa poi, quando sono venute fuori ho chiesto: "ma a voi non ve lo ha chiesto?", "sì", "e cosa avete risposto?", "no". E mi disse: "da quel giorno non sono più entrata in chiesa" e ha aggiunto: "ma da quel giorno non ho mai dimenticato le mie preghiere al mattino e alla sera".
Le scomuniche che la Chiesa ha lanciato, e ne ha lanciate parecchie, pesano troppo, io le voglio portare insieme con quella gente. In questo modo credo di far Chiesa.

Dov'è Dio?
Dove avviene il confronto? Il confronto si fa dentro. E' un cammino lungo riuscire a capire cosa vuol dire 'dentro': se chiedete ad un bambino dei nostri dov'è Dio risponderà "in cielo", se lo chiedete ad un bambino indiano vi dirà "dentro". Sarebbe molto bello approfondire queste espressioni...