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LA RELIGIONE NELL'ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE
PARTE PRIMA
Tento di fare una riflessione
che può essere di aiuto per scoprire meglio i due termini
che abbiamo accostato nel titolo di questa conferenza: "religione"
e "globalizzazione".
La prenderò un po' alla larga, ma credo che valga la pena
di fare una riflessione su che cosa è la religiosità
(la globalizzazione la conosciamo abbastanza).
Porta sempre aperta
Io credo che il problema grosso sia il grande punto interrogativo
sulla pace. Una pace tra le nazioni, ma anche una pace interiore,
una pace individuale. Io credo che il fondamento della pace,
lo strumento della pace sia il dialogo. E il dialogo è
quello che io chiamo religione.
A mio avviso, la guerra è fondamentalmente una rottura
di dialogo. Bisogna subito chiarire però che il dialogo
che ho chiamato religioso non è un dialogo dialettico,
uno scontro di parole, ma un dialogo che sia sempre e costantemente
provvisorio, che sia continuamente costitutivo della realtà,
che parta dalla realtà e che si possa definire permanente.
Non c'è il tempo del dialogo e il tempo in cui si può
farne a meno. Il dialogo è una realtà permanente,
altrimenti non è dialogo, perché la realtà
stessa è dialogo. E se è vero l'assioma che il
dialogo è religioso, è la realtà stessa
ad essere religiosa.
Alla base del dialogo sta una condizione importante: la tolleranza.
Si tratta di un termine molto ambiguo, per alcune culture è
addirittura una brutta parola. Lo prenderemo comunque come suona
per noi, nella nostra cultura.
Si tratta di essere tolleranti. Ma la parola tolleranza ha un
significato solamente se accettiamo di essere tolleranti soprattutto
nei confronti di chi non lo è. È abbastanza facile
essere tolleranti con chi lo è. Si tratta invece di essere
tolleranti con chi è intollerante, di aprire il dialogo
con chi lo chiude, o con chi vorrebbe chiuderlo, o con chi ha
deciso di chiuderlo.
Voglio leggere un pezzo di Gandhi, ricordando che la non violenza
di Gandhi non è uno strumento per conquistare l'altro,
ma uno strumento per distruggere se stessi. Questa è la
non violenza di Gandhi. E Gandhi disse: "Se io non sono
un santo, sarò un cattivo politico. Se non lascio cioè
una porta aperta al fanatico e all'intollerante, al fondamentalista
e all'estremista, vuol dire che non è stato lui a chiudere
il dialogo, ma sono stato io". E Gandhi è diventato
il padrone del dialogo.
Devo essere continuamente in dialogo, devo continuare il rapporto
anche se l'altro l'ha chiuso. Nella nostra logica, un'espressione
di questo genere appare folle. Eppure è questa l'esperienza
autentica della non violenza, che non è uno strumento
per combattere l'altro (come credo che tutti noi l'abbiamo usato),
ma è uno strumento per distruggere se stessi, per mettere
in discussione se stessi. Per capire, io credo che sia necessario
mettersi dalla parte di coloro che non hanno voce, di coloro
che non possono parlare e che possono vivere solamente lasciandosi
sfruttare. Molti, nel mondo, non hanno altro che questa scelta.
I "dannati della terra" implorano di non creare reazioni,
altrimenti chi ci rimette sono loro: la situazione peggiora,
e sorgono problemi più gravi di quelli che si vorrebbe
risolvere. Di fronte alle situazioni di sfruttamento dell'Africa,
Latouche si meravigliava che quei contadini non volessero reagire
e accettassero di essere sfruttati quasi al limite della sopportabilità.
E quei contadini gli dissero: "Noi qui ci dobbiamo vivere,
voi potete tornarvene a casa vostra".
Realtà e mistero
Avere il coraggio del dialogo ad oltranza. Quello che io vorrei
chiamare religione, quell'esperienza a cui vorrei dare questo
nome, è il "senso" di coloro che vivono all'ultimo
posto. Credo che si possano chiamare religione tutte le esperienze
che hanno fatto l'incontro con la profondità, con il senso
del mistero, con l'apertura all'altro, chiunque esso sia, con
l'a maiuscola o minuscola. È l'esperienza della trascendenza
e contemporaneamente dell'immanenza. È l'esperienza di
cui aver timore, perché scopro qualcosa che è talmente
più grande e più profondo di me, che tutto quello
che posso fare non è sufficiente per poterlo incontrare.
Spesso noi accettiamo di fare un dialogo soltanto perché
siamo sicuri che prima o poi, in un modo o in un altro, ne usciremo
vincitori, faremo una scoperta che avevamo già fatto prima,
trovando una conferma di quello che pensavamo. Il vero dialogo
è talmente allo sbaraglio, talmente aperto, che non ho
la possibilità di sapere quando finirà, e dove.
Credo che uno dei motivi per cui è stata uccisa l'esperienza
religiosa sia stata la divisione fra la realtà e il mistero.
Abbiamo identificato la realtà con quello che possiamo
constatare, che possiamo costruire, e abbiamo fatto del mistero
qualcosa di estraneo, di totalmente estraneo, che tutti speriamo,
nel nostro profondo, di riuscire prima o poi a far diventare
realtà. Così la religione è diventata inevitabilmente
un'ideologia, e addirittura un'ideologia imposta con potere,
quando invece la religione non va mai imposta e non ha nessun
potere. La religione trasformata in ideologia imposta con potere
è quella che ha provocato la fuga dalla realtà.
Chi vive questa esperienza religiosa è qualcuno che ha
dovuto scappare dalla realtà, che non ha il coraggio di
guardare in faccia alla realtà e di affrontarla, perché
non ha la capacità di dare una risposta.
Religione significa invece identificazione con la realtà,
ed è la visione della realtà con un occhio speciale.
Nel mondo orientale si parla di vedere la realtà con il
"terzo occhio". Anche i mistici dell'Occidente parlano
di una visione della realtà con questo "terzo occhio".
Davanti a una macchina
Ho fatto questi accenni per far capire dove vorrei arrivare,
e per richiamare la tragedia che pervade la nostra realtà.
Mi permetto di leggere una lettera che un ragazzo ha scritto
al direttore di un giornale. Credo che questa lettera riassuma
la tragedia che stiamo vivendo e a cui non siamo sufficientemente
capaci di guardare con un atteggiamento di dialogo.
"Il disagio dei giovani non è solo l'immediato effetto
di un disagio della società, ma un modo nuovo di essere
uomini. Credo che un giovane (io, in questo caso) cresciuto in
un ambiente modesto, la cui esistenza è passata senza
che se ne accorgesse dall'infanzia trascorsa al campo di calcetto
sotto la casa dei nonni all'adolescenza fra i banchi di scuola
all'esasperata ricerca di essere notato dalle belle ragazze e
di essere così riconosciuto dai coetanei, passando alla
maturità davanti agli ingranaggi di un telaio, non possa
che avvicinarmi alla droga e all'esperienza che essa mi può
provocare. Allo stesso modo, per rendere l'idea, in cui un neonato
si avvicina al seno materno. In esso trova spontaneamente un'occasione,
forse l'unica occasione di poter dire che esiste. Lo sento come
una necessità vitale: io sono vivo. Ecco ciò che
provo sotto l'effetto di tali sostanze, a prescindere dall'ambiente
(sia la discoteca, che personalmente non amo molto, o altro).
A farsi fottere le categorie di disagio o di alienazione, punti
di forza un tempo, quando questa realtà che ho descritto
non appariva ancora, come appare a me oggi, una necessità
storica. Fuori luogo mi sembra il termine stordimento: provo
tutt'altro sotto l'effetto di droghe (LSD, cocaina, hashish,
marihuana): linfa vitale. Provo stordimento, quello sì,
quando mi alzo alle cinque del mattino, dal lunedì al
venerdì, per passare otto ore davanti ad un telaio, aspettando
il momento di finire di essere macchina, in una sorta di progressiva
unione mistica con ciò con cui ho a che fare, e poter
essere uomo, anche se il mio modo di esserlo è un modo
nuovo, e anche se non mi è concesso di esserlo in modo
permanente, perché più passano le ore e più
si avvicina il suono che mi avverte di dover tornare ad essere
un'altra volta una macchina. Ecco perché passato e futuro
non contano niente, e ciò che conta è solamente
l'assoluto presente. Il passato, per quelli come me, è
vuoto, pieno di immagini confuse, sconnesse, tante da risultare
insignificanti. Il futuro è solamente drammatico, perché
coincide con quel suono crudele. Grazie perché mi ha ascoltato".
Guai a chi si lascia coinvolgere!
Nell'esperienza di molte delle grandi culture, il contatto più
profondo, più immediato e più significativo dell'esperienza
religiosa è sempre stato (e lo è ancora oggi) la
risposta alla morte. Tutte le grandi culture hanno affrontato
questo tema, l'hanno guardato negli occhi, non ne hanno avuto
paura, anche se ne hanno tremato, e hanno dato una risposta.
Elaborare la morte è il segno più forte della religione.
Nessuna religione è degna di questo nome, nessuna cultura
è degna di vivere se non è capace di elaborare
l'esperienza della morte (che è l'esperienza della vita,
che è la malattia, che è il dolore). Altrimenti
quello che si chiama cultura è solamente un sottoprodotto
della cultura.
Il mondo da cui veniamo aveva, e ancora mantiene, una grande
fiducia nell'intelletto. Secondo il modo di pensare a cui siamo
stati educati, l'intelletto dovrebbe aver ragione anche dei sentimenti.
E questo è stata la distruzione di metà della nostra
vita. È terribile: per non essere coinvolti dai sentimenti,
siamo riusciti persino ad elaborare il distacco come condizione
della professionalità. Il medico, l'insegnante, il giornalista
devono essere distaccati per poter esercitare la loro professione.
Come fa a curare un medico che si lascia coinvolgere dal dolore
dell'ammalato? Lo curerebbe molto meglio! E come fa un insegnante
ad essere imparziale di fronte a uno studente, se viene coinvolto
emotivamente? Insegnerebbe molto meglio!
La ragione sarebbe lo strumento con cui addomesticare le nostre
pulsioni attraverso un'adeguata cultura dei nostri sentimenti.
In realtà, chi ragiona così ha paura dei propri
sentimenti, non li ha mai affrontati, non li ha mai guardati
in faccia.
La libertà sarebbe il coraggio di fare pubblicamente uso
della propria ragione e trasformare i sentimenti in una misurata
inclinazione al dovere. Questo è stato affermato da Kant,
e noi l'abbiamo assorbito bene.
Insieme alla filosofia, anche il progresso della scienza e della
tecnologia sottrae la forza e l'interiorità poetica delle
passioni, e riesce ad affievolire e addirittura a distruggere
anche le emozioni. Come ha potuto far questo? Ha prodotto un
cambio repentino e continuo di ritmi: velocità supersonica,
possibilità di usufruire del reale La nostra società
ha assorbito questi elementi. Identificandoci con essi, siamo
diventati capaci di vivere in questo mondo con un distacco, con
una separazione, con un'"abnegazione" quasi monacale
di fronte alle tragedie che si parano davanti ai nostri occhi.
Ricordo quando andai in Cambogia con un gruppo di persone per
vedere la miseria di quel popolo, e io dissi a tutto il gruppo:
"Per favore, in questi quindici giorni non dovrete dare
neppure mezzo dollaro a qualunque bambino che incontrerete per
strada. Non dovrete risolvere il vostro "magone" dando
qualcosa solamente per sollevare la vostra coscienza. Il "magone"
ve lo portate a casa. È quello il luogo dove risolverlo".
Questa è la tragedia.
Alla ricerca di una risposta
Di fronte a questa invasione del pensiero, della ragione, solamente
i poeti, gli artisti hanno tentato di dare un'altra risposta.
Ma hanno dovuto rifugiarsi nel passato, nei miti, mentre nella
vita di ogni giorno aumenta e si fa sempre più spazio
la razionalità.
Questo è stato l'uccisione della sacralità della
vita. Noi sentiamo la possibilità di controllare la vita,
e crediamo che prima o poi si arrivi alla possibilità
di controllare la morte. Ma finalmente tutto questo si sta sciogliendo,
e si sta avviando una cultura dei sentimenti. In questi ultimi
anni i sentimenti di massa hanno cominciato a poter essere espressi,
le emozioni non vengono più condannate, non sono più
ritenute irrazionali, non sono più considerate come strumenti
antiquati di protezione. Alcuni giorni fa, in un giornale americano,
leggevo che gli americani sono convinti che gli Stati Uniti siano
la vera patria di Dio, e che questa presenza di Dio negli Stati
Uniti dà loro il vero senso dell'esistenza. Il 50% degli
americani credono agli extraterrestri, già presenti sulla
terra da diversi anni. Sulle prime, questo mi ha fatto ridere.
Poi ho riflettuto: gli extraterrestri non sono quelli che pensiamo
noi; è la dimensione del mistero, dell'altro: il tutt'altro,
talmente diverso, talmente "altro", che deve venire
da un mondo completamente differente.
La famiglia è ritenuta il fondamento della società.
Sappiamo che ormai il 70% delle famiglie non esistono. Due milioni
di giovani sposi si sono radunati in vari stadi a promettere
di trattare meglio le proprie mogli. Abbiamo sentito in questi
giorni dell'uccisione di venti ragazzi di una scuola. Come mai?
Pensate che l'importo annuale del settore spiritualità
frutta 50 miliardi di dollari. Credo che valga la pena di fare
una piccola riflessione su che cosa significa tutto questo, non
per prendere paura, non per dare soluzioni. Io credo che la soluzione
non esista. La lettera che ho letto prima è un esempio
delle descrizioni dei giovani più attenti e forse più
sensibili, che hanno avuto la possibilità di dare una
risposta significativa ai punti interrogativi a cui non sappiamo
rispondere.
La risposta c'è, anche se non può evidentemente
essere che una risposta destabilizzante, difficile, che ci obbliga
a mettere tutto in discussione. Si tratta di trovare una risposta
che migliori la situazione. Non è facile. Credo che sia
necessario rimettere in discussione tutta una cultura che abbiamo
assorbito. Abbiamo sentito Gandhi: la non violenza non va usata
per combattere il nostro nemico, ma noi stessi. È il rovescio
di quello che pensiamo noi.
Buio e luce
Senza la speranza, la fede è soltanto una forma di sicurezza
filosofica, in cui non si possono far strada che i fanatismi
e gli integralismi. Non importa se il fanatismo o l'integralismo
è religioso oppure scientifico, tecnologico, militare,
scolastico, professionale. È impossibile fare a meno di
una qualche forma di integralismo se non c'è qualcosa
di misterioso con cui potersi confrontare. Solamente nella speranza
è possibile creare un dialogo fra persone differenti.
Solamente se partecipo a un'esperienza di mistero c'è
la possibilità di un confronto con qualche cosa che mi
supera.
Il dialogo con gli altri non significa però l'accettazione
della tesi opposta alla mia per poterla combattere, o anche per
poterla condividere. Questo, per noi, è il massimo del
dialogo: accettare che possano convivere nello stesso spazio
più culture, più idee, più partiti, più
opinioni. Ma questo non è dialogo, e neppure pluralità;
abbiamo toccato con mano che non funziona. Il pluralismo, o meglio
la multiculturalità (un termine che mi sembra più
adeguato a quello che intendo dire; io non uso normalmente il
termine pluralismo, e non uso mai il termine intercultura),
significa il riconoscimento della polarità, cioè
dell'esistenza di poli diversi, di poli opposti, all'interno
della realtà. La presenza contemporanea di contrari! Non
siamo stati educati a questo. Siamo stati educati a stabilire
chi ha ragione e a convincere chi ha torto: o io convinco te,
o tu convinci me. Non siamo stati educati a convivere con il
buio e la luce, con la vita e la morte, con la tragedia e la
gioia, con la libertà e la reclusione. Si tratta, per
noi, di termini che si annullano a vicenda, che non possono convivere.
Quello che invece io chiamo multiculturalità è
la convivenza degli opposti. È una strada nuova. È
una speranza che non sappiamo dove ci porterà, che cosa
provocherà. E non sappiamo a che cosa dovremo rinunciare.
La multiculturalità è la convivenza nello stesso
luogo di culture diverse. Vedremo che cosa succede. Tutte le
altre esperienze di associazionismo, di meticciato, hanno prodotto
fatti positivi ma anche fatti molto negativi. Non abbiamo una
strada aperta, dobbiamo inventarla. Evidentemente la dovremo
inventare con quelli che sono dall'altra parte: se la inventiamo
da soli, faremo lo stesso sbaglio.
Confrontarsi con l'invisibile
Cercare una strada nuova significa collocarsi in una prospettiva
di speranza. Non parlo della speranza di un futuro più
o meno felice ("Speriamo che vada a finir bene, speriamo
che le situazioni drammatiche si risolvano"). Queste attese
legate al mondo concreto non sono la speranza di cui vorrei parlare.
Noi abbiamo confuso la speranza con l'attesa. L'attesa è
il desiderio di soddisfare dei bisogni. La speranza è
legata al mondo dell'invisibile, perché soltanto l'invisibile
è essenziale. Non si sa dove conduce, non si sa che cosa
sarà, quale strada ci aprirà. Si tratta di confrontarsi
con l'invisibile, con quello che non possiamo controllare, che
non possiamo denunciare, che non riusciamo neppure ad elaborare.
Se da entrambe le parti saremo d'accordo su questa prospettiva,
ci troveremo di fronte a qualcosa di più grande di noi
e ci accosteremo con profondo rispetto a questo invisibile che
nessuno potrà distruggere.
La nostra speranza non può essere legata al cambiamento
del visibile. È un'illusione. Per diecine d'anni abbiamo
creduto che mettendoci a lavorare, impegnandoci di più,
avremmo risolto i problemi del sud del mondo. Era meglio se stavamo
a casa; avremmo fatto meno disastri! Pensate che in Africa e
in Asia, in dieci anni, la ricchezza è diminuita del 15%,
mentre nei paesi ricchi un'élite ha accresciuto la propria
ricchezza del 5000%. Questo è il risultato del nostro
darci da fare sulle cose del mondo, del nostro portare risposte
nei paesi dell'altra parte del mondo. Anch'io ho cercato di portare
le mie risposte. Ma alla fine il mio lavoro si è rivelato
nient'altro che strumento terribile (inconscio) di colonizzazione.
Uscire dalla logica del potere
Si può veramente dire che i potenti di questo mondo hanno
ucciso il Giusto. Hanno ucciso i giusti. E siamo stati noi a
ucciderli. È un giudizio che tocca la condizione umana
dell'intera umanità. Nessuno può chiamarsi fuori.
I potenti sono coloro che possiedono potere. Sono coloro che
hanno bombe, cannoni, e numero di voti. Sono coloro che hanno
soldi, con cui possono anche aiutare chi ha bisogno. Si tratta
di qualcosa di esterno che si possiede, e che dal di fuori dà
la possibilità di aiutare, di fornire una risposta. Questo
è il potere, che non va confuso con l'autorità.
L'autorità è tutt'altra cosa: mi viene conferita
dagli altri e non li mette a mia disposizione, ma mette me al
loro servizio. Solitamente noi riconosciamo autorità soltanto
a quelli che hanno potere. Non riconosciamo, ad esempio, l'autorità
degli anziani, perché non hanno potere. Si può
anche vivere senza potere, mentre tutto crolla se non c'è
nessuno che possa assumersi l'autorità. Senza qualcuno
che abbia autorità su di me, io non posso vivere.
Chi è potente non può accettare che qualcuno gli
si opponga. Non può permettere che gli opposti convivano
nello stesso momento. Deve distruggere l'opposto, deve eliminarlo.
Ognuno di noi è quello che è, e per mantenere quello
che è, deve eliminare l'altro. Il nostro tentativo di
eliminare la morte non è altro che un gesto di potere
rivolto ad eliminare il contrasto. Bisogna rompere la linearità
del pensiero. Dai genitori discendono i figli, che a loro volta
diventano genitori. Sono i figli che rendono tali i loro genitori,
e sono i genitori che rendono tali i loro figli. Se non c'è
il contrasto, non posso vivere. Noi abbiamo cercato di prendere
le distanze, di operare una divisione: da una parte quelli che
hanno fame e dall'altra quelli che sono liberi dalla fame; da
una parte quelli che sganciano le bombe e dall'altra quelli che
le ricevono; da una parte chi subisce la guerra e dall'altra
chi la dichiara. No! Siamo noi quelli che hanno fame, e siamo
noi i liberati dalla fame. Finché non percepiamo questo,
non troveremo soluzione se non facendo intervenire una potenza
più grande, che non farà che ripetere la stessa
esperienza.
Uscire dai compartimenti stagni
Gli strumenti che ci siamo dati, il meccanismo di pensiero in
cui siamo stati formati è senza vie d'uscita. Ce ne stiamo
accorgendo sempre più. Ci sentiamo incapaci e non riusciamo
a dire niente. Ci rifugiamo nel silenzio. Fino a quando? Non
lo sappiamo. Il pensiero in cui siamo stati formati non ci dà
risposte. È inutile cercare ancora, è inutile mettersi
intorno a un tavolo e sforzarsi ancora di più: ritroveremo
e sceglieremo sempre le stesse cose. È il pensiero che
va cambiato. Sono gli strumenti che vanno messi da parte. C'è
un cambiamento radicale da fare.
Il problema della politica che non funziona non è un problema
politico. Il problema della guerra non è un problema militare,
non va trattato con generali e soldati. Il problema della sanità
non è un problema medico. E quello della scuola non è
un problema di insegnanti e alunni. Non verrà da loro
una risposta: sono i meno indicati a darla. Invece noi abbiamo
diviso il mondo in compartimenti stagni: a ognuno la sua specializzazione,
a ognuno il suo potere. Nel mondo dei politici non deve entrare
il mondo dei cittadini, altrimenti i politici verrebbero disturbati
e non potrebbero fare bene il loro lavoro. I cittadini possono
entrare solo secondo certe regole prestabilite, evidentemente
dettate dai politici. Nella scuola non entrano i cittadini, ma
soltanto gli addetti ai lavori. E lo stesso avviene nelle carceri,
nelle caserme o negli ospedali. Tutto è in funzione di
uno schema precostituito.
Il turismo non serve
Siamo convinti di vivere in un "villaggio globale",
ma non c'è niente di più falso di questa affermazione.
I nostri "villaggi" sono dotati di confini, di muri,
di finestre e porte ben protette. Non siamo in dialogo; non siamo
persone aperte, perché non riusciamo a superare la nostra
condizione culturale. Non riusciamo a liberarci dalla nostra
sanità, dalla nostra scuola, dalla nostra
economia. La riteniamo addirittura il modello da esportare! L'abbiamo
fatto e continuiamo a farlo, anche se ci hanno implorato di lasciarli
stare Vogliamo sempre cadere in piedi (sui nostri piedi,
ovviamente). Siamo sempre nel nostro mondo, e le nostre uscite
non sono altro che viaggi turistici. Facciamo viaggi turistici
nel mondo geografico, nel mondo religioso, nel mondo economico
e nel mondo sociale. Siamo turisti! Abbiamo inventato il turismo
culturale. Ma anche questo è turismo e basta. Non è
vero che il turismo abbia aperto il mondo. Non è vero!
Lo devo dire, anche se ho fatto molto turismo: ci ha rinchiuso
ancora di più; l'informazione ha paralizzato le nostre
conoscenze. Faticosamente ci stiamo rendendo conto che siamo
come burattini di fronte ad oggetti inanimati a cui non possiamo
fare domande, con cui non possiamo dialogare. Siamo soltanto
lì, ad essere plagiati.
Ritrovare il mito
L'informazione oggettiva non esiste, così come non esistono
i "puri fatti". Ogni fatto, per essere compreso, deve
diventare un mito. Abbiamo perso il senso del mito, non sappiamo
nemmeno più che cosa sia. Siamo arrivati persino a considerarlo
una favola, una leggenda, cioè una cosa non vera, mentre
il mito è l'unica cosa vera. È l'unica cosa che
dà il senso di un'esperienza. Il mito è un modello
culturale che va ripetuto, che va sperimentato.
Pensiamo al mito dell'esodo, il mito della partenza dalla terra
di schiavitù. Gli ebrei erano andati in Egitto a cercare
cibo, a cercare lavoro, perché stavano morendo di fame.
Dopo un po' di tempo, il faraone si accorge che stanno diventando
troppo numerosi: "Ormai sono più numerosi di noi.
Se ci sarà una guerra, si alleeranno con i nostri nemici
e ci sconfiggeranno". Soluzione? La limitazione delle nascite:
il faraone ordina che le levatrici uccidano tutti i bambini ebrei
che vedranno la luce. È una storia vecchia. È un
mito! E quando Mosè va dal faraone e gli dice: "Concedici
tre giorni per andare nel deserto a far festa", il faraone
chiama i sorveglianti e dice loro: "Fateli lavorare di più,
perché parlano troppo".
Gli ebrei non vorrebbero partire: si sentono talmente schiavi
da non essere più capaci di muovere un dito. Mosè
deve obbligarli a partire, e glielo rinfacceranno continuamente:
"Stavamo meglio là, avevamo le cipolle, avevamo da
mangiare, avevamo il lavoro Che cosa facciamo nel deserto? Non
possiamo far festa tutti i giorni. Riportaci in Egitto!".
Non ritroviamo in tutto questo le nostre stesse espressioni,
le nostre stesse paure? È un mito! Nelle storie non ci
riconosciamo, siamo distaccati e lontani, possiamo osservare
e controllare. Nel mito ci riconosciamo, perché ci siamo
dentro.
Abbiamo trasformato il mito in una cosa falsa, in un'invenzione.
Invece ogni fatto è un mito, cioè un'interpretazione.
Ogni fatto è già orientato verso una certa direzione.
Con il mito, siamo in un linguaggio unico. Noi stiamo tentando
di unificare la nostra parola, il logos, la logica; stiamo
tentando di pensare tutti allo stesso modo. Il logos,
la parola, ha soppiantato il mito. La logica ha soppiantato la
mitologia. La partecipazione è stata subissata dall'oggettività.
Il mito è fondato sulla sacralità della vita. E
questo io lo chiamo religione.
Lo sviluppo: un vicolo cieco
"Villaggio globale", per noi, significa che le notizie
viaggiano con la velocità della luce da una parte all'altra
del mondo, e tutto ne esce uniformato (tutti "in uniforme",
come piccoli soldati).
Dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione il concetto
di sviluppo, anche se questo per noi è una bomba, uno
scandalo. Non è vero che abbiamo sviluppato il mondo.
Il nostro "sviluppo" è negativo, è alienante.
Abbiamo sentito le parole di quel ragazzo: otto ore davanti a
una macchina. Otto ore! Ed è la macchina che determina
i tempi, è la macchina che mi dice che cosa devo fare.
Io devo soltanto guardarla. Devo soltanto adorare la macchina!
Quanta gente è andata ad Aviano per contemplare quelle
macchine stupende, da adorare Costano miliardi! Il mito della
macchina
Si tratta di mettere in discussione la realtà dello sviluppo.
La fame è aumentata, gli effetti secondari negativi sono
alle stelle, e sembra che non ci siano alternative. Se continuiamo
così, cercando di estendere il nostro standard di vita,
il mondo scoppierà. Non lo dico io. Ormai lo dicono tutti
i giornali.
Lo sviluppo significa unidirezionalità: tutto va verso
i paesi ricchi. 71 miliardi di dollari ogni anno passano dal
sud al nord del mondo. E chi detiene il potere non può
fare meglio di come sta facendo. È il meglio che possa
fare! Siamo al limite. E proprio questa è la grande scoperta,
la grande novità, la grande speranza. L'apertura al limite
è il cambiamento che crea una speranza, anche se confusa.
Non c'è apertura al limite se non c'è apertura
al mistero, al "più", alla trascendenza. I limiti
si vedono soltanto se esiste una trascendenza (un mistero, un'immanenza,
una profondità) che permette di parlare di limite.
L'incompiutezza di ogni logica, cioè di ogni parola, spinge
a orientarsi verso il mito, cioè verso qualcosa che ci
coinvolge dentro, al punto che non sappiamo più scappare.
Finché ragioniamo, qualche soluzione la troviamo: è
vero, ci sono le bombe, ma non sono sopra la nostra testa ma
speriamo che smettano presto Non siamo coinvolti. È necessario
un valore che vada al di là delle regole del gioco. Finché
le regole ce le diamo noi, finché le dà chi comanda,
chi ha il potere, si rimane dentro al gioco.
E gli altri come ci vedono?
Un altro dato, credo che sia l'apertura all'altro, alle altre
culture. È un'espressione che ormai risuona quotidianamente
nelle nostre orecchie e riempie le nostre bocche. Apertura alle
altre culture Sappiamo che le nostre categorie sono insoddisfacenti.
Ma troviamo le altre prospettive per lo meno pericolose. Se parlano
il nostro linguaggio va bene, ci intendiamo. Se ripetono le nostre
democrazie, c'è la possibilità di fare dei passi
insieme. Ma se non sono al nostro livello? Se non la pensano
come noi? Se non apprezzano il nostro sviluppo? Se sono in situazioni
che noi abbiamo superato? Qui cominciano i guai. Noi crediamo
che tutta la gente, nel mondo, veda in noi l'oggetto dei propri
desideri. Non è vero! C'è un odio talmente profondo
e crescente nei nostri confronti, che non sappiamo che cosa succederà
quando scoppierà.
Mi è rimasta profondamente impressa la testimonianza di
una donna nera, Barbara Christian, professoressa di letteratura
in un'università americana e madre di uno dei più
famosi avvocati di New York. Nel 1997, parlando a Bologna nella
Sala dei Notai, questa donna ha detto: "Voi non potete immaginare
il nostro supplizio ogni volta che usciamo di casa. Non ho scritto
in fronte il mio nome, che tutti conoscono, o la mia professione.
Il primo impatto, è ancora e sempre che io sono una negra".
E ha raccontato il seguente episodio:
Una signora inglese aveva preso a servizio, nella sua casa di
Londra, una giovane donna nera. In nome dell'antirazzismo, la
signora la invitò a mangiare alla sua stessa tavola, ma
lei rifiutò e volle rimanere in cucina a mangiare da sola.
La signora insistette, facendo un lungo discorso sul fatto che
i bianchi e i neri sono uguali e che nessuno ha caratteristiche
particolari che lo possano rendere superiore a un altro. La ragazza
nera allora disse: "Mi lasci la convinzione che i neri sono
inferiori ai bianchi, perché se mi convincessi del contrario
non saprei come contenere la mia rabbia e la mia violenza".
Se un ammalato, di fronte a un medico in ospedale, potesse dire
tutto quello che vorrebbe dire, non so che cosa direbbe! E se
un ragazzo, a scuola, potesse dire ai suoi professori tutto quello
che ha dentro, non so che cosa direbbe! Invece, dirà qualcuno,
ci sono anche quelli che vogliono bene al professore, al medico,
al bianco Purtroppo! Lasciatemelo dire: purtroppo! Siamo riusciti
a castrare le persone: si lasciano soggiogare, si lasciano frantumare
senza un minimo di critica. Basta un gesto, e l'obbedienza scatta
immediatamente.
Nessuno di noi è stato educato alla disobbedienza. Ci
sembra addirittura controproducente. La parola la logica,
il logos ci blocca nell'assolutismo e nella dottrina, facendoci
diventare dogmatici.
Una domanda diretta
Il mito ci coinvolge nella storia dei racconti antichi, a cui
tanti altri hanno lavorato, lasciando le proprie tracce. Quando
camminiamo, dobbiamo avere il coraggio di trovare le orme di
chi è passato prima di noi, e ci sostiene. Trovare le
tracce, significa trovare l'esperienza di chi le ha lasciate.
Non ci interessa la loro storia, ma la loro esperienza. Noi cerchiamo
sempre di conoscere la storia: come è cominciata questa
guerra? Chi è il colpevole? Dove è cominciata?
Queste sono le nostre domande. La domanda del mito, invece, è
un'altra. Il mito chiede: e tu, dove sei? Dove stai? Qual è
il tuo posto, dove ti muovi?
Credo che solamente il mito sia la storia vera, l'unica, e l'unica
cosa sacra. Quello che succede, quello che vediamo succedere,
è una storia sacra. Il mito si riferisce sempre a una
creazione. Quello che noi vediamo, sta realizzando un mondo nuovo.
È la radicalità del nostro linguaggio che mantiene
e blocca tutto all'infinito.
Nell'ambiente del mito non si vive nel tempo cronologico, ma
nel tempo primordiale, il tempo in cui l'avvenimento ha avuto
luogo per la prima volta. Il mito è il racconto delle
origini. Il tempo del mito è un tempo prodigioso, forte,
sacro. Significa assistere allo spettacolo delle opere di una
vita, o di una morte, che è preziosa, esemplare.
In Vietnam, dove c'è stata una distruzione veramente terribile,
totale, ho visto dei monumenti in mezzo alla campagna. Erano
torri votive molto importanti. La loro forma aveva il significato
di innalzare verso il cielo. L'esercito americano le aveva mozzate
tutte, per collocarvi delle mitragliatrici. Ho chiesto: "Ne
farete delle altre uguali?". E i vietnamiti hanno risposto:
"No, non è più". È stata violata
una sacralità. Lì non si prega più. Gli
americani non hanno una storia di millenni e millenni come i
vietnamiti
Un mondo inaccettabile
Il mito rivela dei modelli, dà un significato al mondo
e all'esistenza umana. Lentamente emerge dalla realtà,
fa sorgere dal di dentro tutta l'esperienza che tu hai. Tu dici:
Ne ho poca! Ma c'è l'esperienza dei tuoi antenati che
deve uscir fuori; questa energia forte che hai dentro di te deve
darti la possibilità di affrontare le difficoltà
della vita, compresa la guerra.
Abbiamo dentro di noi questa energia, ce l'hanno lasciata, Ma
noi non ci crediamo più. Abbiamo smarrito l'origine, abbiamo
scalzato le nostre radici. E allora non stupisce che tutto si
secchi. C'è un giudizio sulla non accettabilità
del mondo. Mi dispiace dirlo, perché voglio bene a questo
nostro mondo pieno di vita. Ma è un mondo che esalta la
vita e produce strumenti di morte. È un mondo che proclama
l'innocenza e la virtù e si affida alla violenza, alla
prepotenza, al gioco del gatto e del topo. È un mondo
che colloca la speranza nel poter consumare: più si consuma,
più ci sarà benessere È un mondo che crea
la possibilità di sopravvivere attraverso l'utilizzo delle
persone; una persona aperta al futuro, secondo i nostri modelli,
deve essere un ottimo consumatore È un mondo che crea
speranze artificiali, che sono obiettivi reali per alcuni e sogni
impossibili da raggiungere per la maggioranza.
La speranza autentica rifiuta questo mondo, perché è
in mano agli "empi". Perché crea incompatibilità
fra giustizia e realtà. Platone diceva: Un uomo giusto,
per il semplice fatto di essere giusto, sarà condannato.
Se non siamo condannati, vuol dire che non siamo giusti.
Di fronte a queste constatazioni, noi crediamo che sia inevitabile
e quasi necessaria la rassegnazione. Siamo tutti persone rassegnate.
Che cosa possiamo farci? Io credo che la rassegnazione sia veramente
la distruzione di ogni speranza e l'incapacità di avere
un minimo di fede (non dico fede in Dio, ma in qualcosa).
Verso una nuova condizione umana
Ci siamo rassegnati. La nostra speranza sta per estinguersi.
È la tragedia? No! È il punto prezioso di un nuovo
incontro. Ora siamo in grado di cogliere i valori dell'uomo che
esce fuori dalla competitività e cerca una condizione
umana segnata dalla fraternità. Chi ha vissuto la guerra
lo sa: il limite crea l'incontro. In quei momenti non si badava
al fatto che uno fosse comunista o non comunista, credente o
non credente. C'era un'altra esperienza in comune: l'esperienza
del limite.
Forse noi non siamo ancora arrivati al limite. Ci stiamo ancora
difendendo. Abbiamo ancora delle cartucce. Chi si ferma qui verrà
emarginato, sarà escluso. Raggiungere il limite è
il prezzo da pagare per educare i nostri bambini ad accettare
un mondo che ha ancora una speranza, che vale ancora la pena
di essere vissuto.
Ritrovare il senso delle origini significa trovare qualcosa che
ci dia la possibilità di un cambiamento. Qualche giorno
fa, una ragazza mi diceva: "Ho salutato mia madre per telefono;
era tanto tempo che non lo facevo. Mi ha ringraziato per un quarto
d'ora!". Eppure si tratta di una cosa normale, anche se
non lo faceva da molto tempo. Si tratta di un gesto antico, molto
antico: dare un saluto a una persona con cui si hanno dei legami.
Un gesto antico che diventa nuovo nel momento in cui viene riscoperto
da una determinata persona.
E la guerra? La guerra si risolve qui: un cambiamento radicale
di rapporti. È inevitabile rendersi conto che non ha più
senso dividere credenti e non credenti, perché questa
divisione viene dal dominio del potere: ci si vuole contare.
Anche qui interviene il mito. Ricordate la storia del re Davide
che volle contare il suo popolo? Dio lo chiamò e gli disse:
"Poiché hai voluto contare il tuo popolo, ora scegli:
tre giorni di peste, la distruzione della tua casa o una guerra?".
Non si contano gli uomini per dimostrare la propria potenza.
Noi ci contiamo spesso. Quando siamo numerosi, ci sentiamo forti.
Quando gli altri sono più numerosi di noi, abbiamo paura.
Io credo che dobbiamo avere il coraggio di realizzare una presenza
che abbia il sapore della mitezza e il sapore della fecondità
di una fraternità fra gli uomini. È questo il mito
in cui dobbiamo essere coinvolti.
Dall'onnipotenza al dialogo
Dobbiamo rinunciare al desiderio di essere potenti. C'è
un racconto significativo nella Bhagavad Gita, uno dei libri
sacri dell'India. Proprio all'inizio del libro si narra di Arjuna,
un potente, che si prepara a una grande battaglia. (Tutti i libri
sacri, compreso il Corano e il Vangelo, parlano di battaglie
come immagini di battaglie interiori). I due eserciti sono schierati.
A quel punto, Arjuna alza gli occhi e si accorge che gli uomini
dell'esercito che deve combattere sono tutti suoi parenti. Shiva
interviene e gli dice: "Devi continuare". "Ma
sono miei parenti!". "Sono tuoi nemici". Vengono
alla nostra mente le parole del Vangelo: "I nemici dell'uomo
saranno quelli di casa sua". È il ritornello di tutte
le esperienze sacre, di tutte le letterature sacre dell'umanità.
Il potente troverà dall'altra parte quelli di casa sua.
È la tragedia del Faraone, nel mito dell'esodo. Per decidersi
a lasciar partire gli schiavi, il Faraone deve veder morire suo
figlio. Solo quando sono morti i figli dei potenti, gli schiavi
hanno potuto acquistare la libertà.
È un mito. È un modello di quello che accade sotto
i nostri occhi. Sembra una bestemmia, ma lasciatemela dire: forse
capiremo la tragedia che stiamo vivendo quando in ognuna delle
nostre case ci sarà un drogato. Allora ci ritroveremo.
Allora i potenti non saranno più così sicuri di
se stessi. Capiranno. E ancora una volta sarà la morte
ad essere capace di risuscitare una vita. È importante
il nostro impatto con la morte, l'unico elemento che ridimensiona
veramente, che dà un altro senso all'esperienza della
vita.
Non è vero che dobbiamo aiutarci a diventare più
forti. Dobbiamo ridimensionare il nostro desiderio di onnipotenza.
Solo allora ci sarà il dialogo. Perché il dialogo
fra due poli deve essere innanzitutto un dialogo fra uguali.
Fra uno che sta in alto e uno che sta in basso non può
esserci dialogo, ma solo imposizione, o condizionamento, o indottrinamento
(o meglio ammaestramento, come si fa con i cani). Il dialogo
può realizzarsi soltanto fra persone uguali, fra cui è
possibile una relazione di reciprocità. Quando uno aiuta
un altro, deve chiedersi che cosa l'altro gli dà. Altrimenti
è meglio non aiutare. Che cosa può dare un malato
a un medico? Può dargli il senso della morte, a cui il
medico cerca costantemente di sfuggire. Attraverso la sua morte,
il malato può dare al medico il senso della vita. E qualcosa
di analogo si può dire per l'insegnante e per chiunque
altro sia coinvolto in una relazione di aiuto.
Aiutare è la cosa più difficile che ci sia. L'aiuto
è la cosa che crea più violenza e più difficoltà
di rapporto. Una relazione di aiuto fondata sull'aiuto non crea
relazione, crea solamente dipendenza, o violenza. La violenza
è normalmente legata all'aiuto. Che cosa succederà
quando si renderanno conto che buttiamo bombe e portiamo anche
i cerotti per curare le ferite? Dovremmo vergognarci di questa
assurdità. Per noi invece è pacifico che sia così.
E ci meravigliamo che l'altro non accetti, che abbia la faccia
tosta di rifiutare il nostro aiuto. Pretendiamo di gestire noi
i nostri aiuti: loro non sono capaci, chissà che cosa
farebbero, chissà quali intrighi E gli intrighi che facciamo
noi? Forse pensiamo di andare ad educarli perché ne abbiamo
una bella esperienza Capite che cosa significa un rapporto?
Soltanto fra uguali può esserci dialogo. Come dice il
mio amico Panikkar, che dialogo può esserci fra uno che
sta sopra un carro armato e uno che gli sta davanti con un sasso
in mano? Qualcuno potrebbe dire: Facciamo in modo che abbiano
due carri armati. No! Quello che sta sul carro armato deve venir
giù, perché il dialogo non si fa puntando verso
l'alto, ma verso il basso. Non si crea dialogo fra uno che sta
in alto e cerca di far salire l'altro al proprio livello. Deve
scendere lui al livello dell'altro: è l'unica possibilità
di dialogo.
Il grande cambiamento che deve avvenire, un cambiamento radicale,
fondamentale, fondante, è un'offesa alla nostra cultura:
si tratta di togliere via il primato alla razionalità.
Con questo non voglio dire che si debba escludere la razionalità.
Ma bisogna toglierle il primato, per permettere un'esperienza
di vita che coinvolga tutto il nostro apparato emotivo, emozionale.
La psicanalisi ha toccato tutta l'esperienza delle passioni e
delle emozioni, ma attraverso la ragione. È stato un buon
passo, ma non è sufficiente. Bisogna andare avanti.
PARTE SECONDA
Esempi di casa nostra
La globalizzazione è un mostro che ci sta invadendo. E
il grosso problema è che non sappiamo né dov'è
questo mostro, né con chi possiamo combattere per fronteggiarlo.
Voglio fare tre esempi, per chiarire quello che intendo dire.
Il primo esempio è quello del problema amianto. Sapete
che l'amianto è cancerogeno. Le nostre ferrovie usavano
l'amianto per isolare le carrozze. Ora lo stanno togliendo via,
ma gli operai stanno morendo di cancro. Molte carrozze sono ancora
qui, nelle officine della stazione. Molte sono state vendute
ai paesi dei Balcani. E si sta ancora lavorando intorno all'amianto
senza adeguata protezione.
Un altro esempio è quello delle armi, che vengono costruite
dalle nostre officine cittadine e regionali (armi o cablaggio
di armi) e vengono vendute via Grecia-Israele ai Balcani.
Un terzo esempio è la procedura di mobilità totale
che è stata avviata per la . Vi leggo la lettera che mi
è stata inviata da un gruppo di dipendenti di questa azienda:
"Desideriamo informarla che la nostra società, controllante
la , ha deciso di cessare le attività produttive dell'azienda
italiana (uno stabilimento a Villanova di Castenaso con 86 dipendenti
e uno a Porretta Terme con 62 dipendenti), aprendo da oggi (28
aprile 1999) la procedura di mobilità per tutti i dipendenti.
La , che costruisce macchine utensili per la lavorazione dell'ingranaggio,
ha chiuso il bilancio del '97 con un fatturato maggiore di 59
miliardi, con un utile prima delle tasse pari a circa 2 miliardi
e 800 milioni. Le previsioni sul bilancio '98 sono di un fatturato
di circa 51 miliardi, con un utile, prima delle tasse, di circa
4 miliardi. Vista la gravità della situazione e l'impatto
che una simile operazione ha nell'industria bolognese e italiana,
riteniamo fondamentale il coinvolgimento delle istituzioni e
l'informazione ai cittadini. Confidiamo nel suo interessamento
alla situazione presentata. Siamo a disposizione per qualunque
forma di contatto lei voglia accordarci e per tutte le ulteriori
informazioni necessarie".
La globalizzazione di cui stiamo parlando non è dall'altra
parte del mondo: tocca noi, che purtroppo, questa volta, ci troviamo
dalla parte dei potenti, dalla parte di chi decide della sorte
delle persone.
"Confondiamo le loro lingue"
Che cosa significa dunque la parola "globalizzazione",
che viene continuamente ripetuta come uno slogan, e che continuamente
viene ad invadere la nostra informazione e addirittura le nostre
case?
Come ho detto prima, si tratta di un mostro che vuole una trasformazione
per renderci tutti identici. Vuole creare un mondo in cui tutti
siano uguali. Si parla di una cultura globale al cui interno
tutti potranno avvicinarsi e trovarsi a casa propria, perché
tutti gli uomini e le donne del mondo diventeranno un'unica cosa.
E questa è considerata una decisione benefica per tutta
l'umanità. Invece, come vedremo, è una strada piena
di rischi, di pericoli e di disillusioni.
Fare in modo che il mondo intero abbia un unico pensiero, parli
un'unica lingua, abbia un unico governo È il desiderio
descritto dalla Bibbia circa 8000 anni fa, nel famoso racconto
della torre di Babele:
Gli uomini parlavano un'unica lingua e tutti intendevano le stesse
parole. Mentre vagavano, si fermarono in una pianura e costruirono
una città, e una torre che indicasse la loro potenza.
Dio, o gli dei, vennero giù a vedere e dissero: "È
la fine. Adesso penseranno che tutto quello che verrà
loro in mente di fare sia possibile. Scendiamo, confondiamo le
loro lingue, perché uno non capisca più la parola
dell'altro. Confondiamo i loro pensieri". E Dio fece così
la Babele, e obbligò ognuno ad andare per la propria strada.
È una storia vecchia, e molto significativa. È
necessario cogliere la realtà. Si tratta di smascherare
questo delirio di onnipotenza, questa volontà di trasformare
tutto in mercato, trasformando in mercato addirittura la vita.
Si tratta di capire l'inganno che sta sotto alla volontà
di elaborare un unico modello di riferimento, per dare ad ogni
problema un'unica soluzione valida per tutti. È vero che
ci sono problemi, non dico universali, ma molto vasti (l'inquinamento,
ad esempio), che vanno al di là dei confini degli stati
e quindi esigono una risposta molto vasta. Ma che ad ogni problema
sia data un'unica risposta questo è l'inganno. E le conseguenze
non possiamo imputarle ai governanti o a chissà chi: le
abbiamo volute noi! Forse inconsciamente, forse senza saperlo;
ma quello che stiamo subendo oggi è la conseguenza di
un cammino molto lungo, a cui noi abbiamo detto di sì.
Il mercato globale
Il risultato più sconvolgente è l'appiattimento,
e ad un certo punto la distruzione di ogni cultura, dal momento
che viene messa in campo una nuova cultura: quella della globalizzazione,
o della tecnologia (due realtà che, purtroppo, hanno molte
cose in comune). Il mercato è sempre stato uno degli elementi
che hanno fondato i rapporti. Sono stati i mercanti a realizzare
l'incontro delle culture. Nei mercati ci si incontrava. Nei mercati
si creava lo scambio, non solo di cose, ma anche di culture.
Ogni cultura ha sempre espresso il mercato, non poteva non farlo.
La globalizzazione cerca di esprimerne uno solo, che vada bene
per tutti. Se qualcuno non lo vuole, gli verrà imposto.
Questo mercato globale, per essere universale, dovrà essere
il più asettico, il più anonimo, il più
indifferenziato. È la prima espressione della trasformazione
di tutto in mercanzia: tutto deve diventare mercato, tutto deve
essere comperato e venduto, tutto deve essere messo sul banco
del mercante.
È importante vedere da dove è uscita questa novità.
Il punto di partenza è stato la conquista dell'America,
nel 1500. Uso la parola "conquista" e non "scoperta",
come eravamo stati abituati a dire, perché si è
trattato di una vera e propria conquista, sanguinosa. È
stata la più grande strage: in circa cento anni sono stati
uccisi duecento milioni di persone. Questo è stato il
primo momento in cui tutto è diventato mercato.
Il secondo momento è stato la spartizione dell'Africa
e dell'Asia: il colonialismo. Tutte le grandi nazioni europee
hanno voluto questa spartizione per avere il possesso di quella
realtà che è la "materia". E non solamente
la materia, ma anche la cultura.
Il terzo momento è stato quello in cui le varie nazioni
diventavano indipendenti, e nasceva l'era dello "sviluppo":
uno sviluppo in funzione di un legame sempre più approfondito
e forte con il mercato (evidentemente dell'Occidente).
Il quarto momento è il nostro, quello del mercato mondiale.
Lo stato rischia di morire e viene sostituito dalla finanza.
Non c'è più il mercato, ma la finanza.
Questa è la descrizione globale degli ultimi cinquecento
anni di storia, che ci hanno portato alla situazione di oggi.
Il pensiero unico
Il mondo sta diventando economia. Tutto diventa mercanzia: la
democrazia, i diritti dell'uomo, la solidarietà, la fratellanza
tutto diventa denaro. Credo di non offendere nessuno dicendo
che ci siamo caduti tutti. La solidarietà si misura su
"quanto" diamo, "quanto" portiamo. Non importa
che cosa. Importa quanto Tutto viene comperato e tutto viene
venduto. In questo modo viene cambiata la mentalità. Tutto
viene commercializzato. Ma non ci si ferma qui. Il cambiamento
che ha sconvolto le nostre abitudini è l'aver assunto
e persino accettato come un regalo il tentativo di ottenere un
pensiero unico. Uno studioso, Ming, purtroppo ha detto: "Non
è il pensiero ad essere unico: è la realtà
che è unica". Che cosa è successo? Abbiamo
creato dentro di noi la persuasione che l'utilitarismo sia la
base di ogni incontro e di ogni operazione. Se non è utile,
se non riveste un interesse, che cosa me ne faccio? Quale utilità
c'è? In questo modo, non esiste più pluralismo:
tutti siamo e dobbiamo essere competitivi. Ci siamo dentro tutti.
Competitivi nella scuola, competitivi in fabbrica, competitivi
nello sport, nell'informazione, nella religione Il mio vale più
del tuo! È il passo immediato che conduce inevitabilmente
all'integralismo. Il pensiero unico crea l'integralismo. E lo
crea in vista di un'armonia di questi interessi. Noi denunciamo
l'integralismo arabo, musulmano, balcanico Ma noi stessi non
possiamo che essere integralisti! Anche la guerra viene giustificata
da interessi che vengono proposti ed esaltati. Che cosa conviene
di più? Non importa lo strumento, non importa il come.
La natura viene saccheggiata senza nessun problema. Perché?
Perché non è un ambiente in cui vivere, ma uno
strumento per l'arricchimento. Tutto quello che appare utile,
diventa possibile.
Se uno tenta di resistere a questo processo cosiddetto di globalizzazione,
a questa forza che si sta costruendo, succede una cosa strana:
viene tacciato di oscurantismo. Non vorrai fermare un cammino
di questo genere! Se cerchiamo di farlo, siamo degli arretrati.
Per questo le autostrade che distruggono la vita sono monumenti
al mito della velocità. Non importa se uccidono; è
inevitabile. È il mito della velocità, il mito
del traffico delle merci.
Il pensiero unico è la vera causa dell'integralismo, sia
culturale che politico o religioso: tutti i desideri vengono
soddisfatti secondo regole prestabilite, già confezionate.
La guerra è già stata preparata: quando scoppia,
nessuno quasi se ne accorge. Era già inevitabile. La droga
era già predisposta. La prostituzione era già prevista.
Tant'è vero che non ne restiamo sconvolti più di
tanto.
Questo pensiero unico ci sta coinvolgendo tutti, almeno qui da
noi. Ma vedremo che il coinvolgimento non è poi così
totale come noi pensiamo.
La distruzione del legame sociale
Oltre al pensiero unico, c'è un altro elemento da rilevare:
la distruzione del legame sociale all'interno della società.
Il legame sociale è bandito dalla società e relegato
nell'ambito del volontariato, che noi abbiamo salutato addirittura
come un avvenimento. Non è più il medico ad avere
la responsabilità della socialità o del legame
sociale col malato: lo demanda al volontariato; lui ha un altro
compito. E ci sembra giusto, ci sembra quasi inevitabile. Ci
sembra quasi una conquista. Non è il dirigente d'azienda
ad avere la responsabilità di guardare in faccia gli operai
che sta licenziando. Non è suo compito! Starà ai
cittadini assumersi la responsabilità o la solidarietà
con quelli che sono stati licenziati. Non tocca al datore di
lavoro! Il legame sociale non fa più parte del tessuto
della realtà del corpo sociale, ma diventa un additivo
per gente di buona volontà.
Ci hanno convinti che è stato un passo in avanti. Siamo
persuasi di essere generosi. Invece si tratta soltanto di un
modo per emarginare la solidarietà e costruire un nuovo
strumento di colonizzazione. È la finanza che decide l'intervento,
e anche la solidarietà viene massificata. Mi piange il
cuore a vedere tutti questi volontari che partono è terribile!
Non conoscono una parola di albanese o di slavo. Non sanno neppure
dove vanno a finire. Andare in Africa, o nei Balcani, o in Cambogia,
per loro è la stessa cosa: è un intervento. Non
c'è un rapporto, non c'è una comunicazione, non
c'è una relazione instaurata. C'è solamente un
aiuto deciso dalla finanza, dal mercato. E tutto viene vissuto
dalla parte di chi "dona", mentre chi ha bisogno diventa
l'attaccapanni della nostra bontà. Un attaccapanni costruito
dalla nostra stessa macchina, che ne ha bisogno!
Non di solo pane
Fin qui abbiamo parlato della globalizzazione. Passiamo ora all'altro
termine della nostra riflessione: la religione. La religione
di cui vorremmo parlare è esattamente il rovescio di quello
che abbiamo descritto finora. È il lato opposto della
globalizzazione e del pensiero unico. È esattamente il
rovescio dell'assolutizzazione di un'esperienza che si pretende
debba valere per tutti gli altri.
Vi leggo alcuni testi del Vangelo:
"Nessuno può servire a due padroni: o odierà
uno e amerà l'altro oppure si affezionerà a uno
e disprezzerà l'altro. Non potete servire a Dio e al denaro"
(Luca 16,13). Non c'è alternativa, non c'è compromesso,
non c'è possibilità di una comunanza: o l'uno o
l'altro. Il nostro tentativo è quello di umanizzare il
denaro, di renderlo umano nello stesso modo in cui abbiamo umanizzato
la guerra. Le bombe intelligenti! Abbiamo fatto, o vorremmo fare,
il denaro intelligente: umano, a dimensione umana. Ma: Nessuno
può servire a due padroni
"I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte
queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: "Voi vi ritenete
giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò
che è esaltato fra gli uomini, è una cosa detestabile
davanti a Dio"" (Luca 16,14-15). È una cosa
"de-testata", decapitata.
Un altro testo lo traggo dal brano delle tentazioni: "Il
diavolo disse a Gesù: "Se tu sei Figlio di Dio, di'
a questa pietra che diventi pane"". È il nostro
desiderio! Ma Gesù risponde: "Non di solo pane vivrà
l'uomo". Porti pane? Non basta! Poi "il diavolo lo
condusse in alto, e mostrandogli in un istante tutti i regni
della terra, gli disse: "Ti darò tutta questa potenza
e la gloria di questi regni, perché è stata messa
nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi
a me, tutto sarà tuo"" (Luca 4,1-12). Noi abbiamo
tentato di farlo. Quando avrò io il potere, lo gestirò
meglio! Mi dispiace, ma chi ha il potere lo usa in questo modo,
secondo le indicazioni del satana. Non c'è altro modo.
Noi non ne siamo convinti: pensiamo che, se lo avessimo noi,
lo useremmo in un altro modo. Non sappiamo bene come, ma in un
altro modo.
Responsabilità
Se permettete vi cito un brano di don Milani, perché mi
sembra utile ai fini della riflessione che stiamo facendo. Siamo
negli anni '50. Il capo della cellula comunista del paese dice
a don Milani: "Vieni con noi a sfondare le porte dei ricchi".
E don Milani risponde: "Sì, vengo. Però non
fidarti di me, perché quando avremo sfondato insieme le
porte dei ricchi, io dovrò venire a sfondare la porta
di casa tua, perché tu ti sarai messo nel posto dei ricchi".
È terribile questo annuncio. È molto difficile,
molto problematico. Non siamo totalmente d'accordo. Ma credo
che alcune cose ci diano ragione. La religione non può
diventare uno strumento di combattimento, magari migliore di
altri, così come la non violenza non è uno strumento
di lotta. Se si trasforma in uno strumento di lotta, fa più
morti della guerra. La non violenza è una presa in carico
di responsabilità. "Se è vero che c'è
questo disastro, io che responsabilità ho?". Questo
è la non violenza. Anch'io ho agito nella stessa direzione,
oppure non ho detto niente, sono rimasto imbambolato non sapendo
cosa fare La non violenza è la presa di responsabilità
totale della situazione.
Il denaro ha accelerato tutti i ritmi della nostra esistenza.
Le autostrade sono una delle espressioni della società
di oggi. Sono pochissimi coloro che usano le autostrade: quelli
che "possono". Tuttavia le autostrade sono pagate col
denaro di tutti, anche se molta gente non le userà mai.
Le strutture della velocizzazione del tempo, pagate da tutti,
sono utilizzate soltanto dai "funzionari" di questa
società (da noi, forse). Chi ha più denaro, si
crede moralmente al di sopra degli altri. Se scaviamo sotto alla
superficie, questa è la nostra concezione morale, etica.
Anche se uno è dichiaratamente un ladro, si sente superiore
agli altri. Oggi, se uno ruba centomila lire finisce in prigione,
ma se uno opera per rubare cinquanta miliardi, è difficile
che ci vada.
"Non potete servir a Dio
e al denaro"
In questo momento, il denaro si stacca dalla materia. Lo maneggiamo
sempre meno, anche se mai come adesso il denaro è aumentato:
nelle nostre tasche, nelle nostre banche, nei nostri conti. È
diventato quasi virtuale. Non lo si vede più. E nello
stesso tempo diventa sempre più determinante. Il denaro
non solo ha compromesso il nostro passato, ma rischia di compromettere
il nostro futuro. Come le nostre guerre. Il peso di una guerra,
oggi, non è più soltanto quello di una distruzione
che, a guerra finita, si ha dietro alle spalle. La guerra determina
e condiziona anche il nostro futuro. Non sappiamo che cosa succederà
ai nostri figli. Quelli che verranno dopo di noi porteranno il
peso certamente molto più di noi: nel loro corpo, nelle
loro malattie, nella responsabilità della ricostruzione.
Abbiamo deciso che il peso lo portino i nostri figli. E il peggio
è che ci sembra inevitabile! Quasi quasi siamo convinti
di aver fatto bene: non avevamo altre scelte!
Ricordate il brano evangelico del "giovane ricco" che
andò dal maestro di Nazaret a dire: "Che cosa devo
fare per avere la vita eterna?". "Osserva i comandamenti:
non rubare, non uccidere". "Queste cose le ho fatte
da sempre. Mi resta qualcos'altro da fare?". Gesù
lo guardò e disse: "Va', vendi tutto quello che hai,
dallo ai poveri, poi andiamo insieme". Il giovane diventò
molto triste e se ne andò, perché era molto ricco.
In tutto il Vangelo, l'unica chiamata che viene rifiutata, che
non ha risposta, è questa. Gesù ha chiamato i pescatori,
ha chiamato gente lungo la strada, ha chiamato una prostituta
Tutti gli hanno detto sì. Soltanto questo giovane se n'è
andato: era ricco, non se la sentiva.
La ricchezza è stata paragonata al demonio. Ogni forma
di possesso del denaro è come satana: "Non potete
servire a Dio e al denaro". Secondo noi, il denaro e la
ricchezza hanno il potere di placare le nostre angosce, di mantenere
la nostra tranquillità, di permetterci di soddisfare il
nostro desiderio di bontà, di realizzare i nostri progetti,
di creare sempre più la possibilità di un incontro.
Ma non è così. La ricchezza, anche se siamo molto
ricchi, non darà una soluzione alle nostre angosce. La
risposta alle nostre angosce può venire soltanto dall'accettazione
dei nostri limiti. È il limite il luogo dell'incontro,
è il limite che mi dà il senso della speranza,
del futuro. "Nessuno è buono, Dio solo è buono",
ha detto il maestro Gesù. La misura della bontà
è il limite, non il nostro impegno a cambiare il mondo.
Lo sappiamo, l'abbiamo visto, l'abbiamo constatato: non lo è.
Non è mai divenuto realtà.
Mummie ricoperte d'oro
Ed è questo il fondamento del rapporto fra noi. Tutto
quello che abbiamo, non è nostro. "Avete ricevuto
tutto gratuitamente, gratuitamente date". Se alla base del
rapporto fra di noi, o nell'umanità, non c'è un
principio etico di questo genere, salta tutto. Non c'è
motivo per dare qualcosa. Noi abbiamo fatto un nostro modello,
su cui abbiamo tentato di costruire le persone. Se voi ci pensate,
il modello che abbiamo davanti sono le persone ricche, i potenti.
Ci lasciamo condizionare da loro, ci facciamo determinare da
loro, ci facciamo governare da loro. Sono loro che decidono le
leggi e gli orientamenti, sono loro che dichiarano a nome nostro
le guerre. Queste persone confidano nella loro bravura, nella
loro intelligenza, nel loro potere, e sembrano essere loro a
sapere come devono andare le cose. Abbiamo offerto loro il potere,
e loro lo usano. Non hanno neppure coscienza di usurpare, perché
hanno il plauso di tutti noi. Sono convinti di rispondere alle
esigenze di tutti. Ed è questa la gente che conta, la
gente che ascoltiamo. Eppure l'abbiamo sentito: chi ha potere,
l'ha ricevuto da satana. Allora il potere è una cosa cattiva?
Non è una cosa cattiva, ma è ricevuto da satana.
Abbiamo ridotto la nostra vita all'obiettivo materiale, al vestito,
al cibo, alla casa, alla salute. E tutte queste preoccupazioni
ci tolgono la gioia di vivere. Di fronte a quelli che sono sotto
i bombardamenti, o che vengono cacciati via dai loro paesi, che
cosa facciamo? Inviamo vestiti, pane, denaro. Siamo convinti
che tutto il mondo abbia come modello quello che noi abbiamo
come modello. Scusate il termine: siamo morti che camminano,
ricoperti d'oro. Siamo mummie, e non ci accorgiamo di essere
tali: mummie ricoperte d'oro. Dovremmo avere molta paura delle
ricchezze che saccheggiano il nostro cuore, rendendolo brutale
e insensibile. Invece siamo convinti che la ricchezza materiale
ci renda liberi, indipendenti. Forse ci rende indipendenti da
quello che non vogliamo, ma ci rende schiavi del denaro. Siamo
tutti alla ricerca del denaro. Una volta, mentre ero in viaggio
per Hong Kong, un amico mi disse: "Facci caso, tutti i discorsi,
là, vertono sul denaro". Ed era vero!
La gioia di affrontare la vita
Abbiamo il denaro, ma siamo dominati dall'angoscia. Più
organizziamo la nostra sicurezza in questo modo, più sentiamo
che di fronte alla malattia e alla morte non esiste sicurezza.
E l'unica cosa che riusciamo a fare è mettere da parte
questa angoscia, facendo finta che non ci sia.
Per vivere autenticamente senza preoccupazioni, bisogna non avere
delle corazze. La povertà di cui parlano i testi sacri
(non solo del Vangelo, ma anche del Buddha) non è un atteggiamento
morale: è un dono. È un'illuminazione, dice il
Buddha: illuminato nella mia povertà. San Francesco ha
sposato Madonna Povertà. O era un pazzo, o l'amava. Non
si può sposare una creatura che non si ama, si rischierebbe
di trovarsi in un'angoscia più grande. L'ha amata. Era
la sua Madonna, la sua donna. La povertà porta subito
la ricompensa: non si perde nulla, ma si guadagna di più.
Non dobbiamo essere spinti verso la povertà dal senso
di colpa.
In questo modo si perderanno i nemici: non ci saranno più.
Non è che io farò un gesto di bontà amando
i miei nemici: non ci saranno più nemici! Avrò
la gioia di affrontare la vita, ma non perché avrò
risolto i miei problemi, bensì perché i problemi
danno la gioia di poterli affrontare. Siamo stati abituati a
gioire solo quando i problemi sono stati eliminati. E ne abbiamo
sempre di più! I problemi non si eliminano, si affrontano.
Bisogna diminuire i concorrenti. I concorrenti non hanno più
senso! Allora potremo avere sorelle e fratelli che prima neppure
conoscevamo. Vi leggo un brano di Latouche: "Prima di essere
felice, dovrai distruggere la società che si costruisce
sul denaro. Ciò che ti viene offerto per pagare la tua
fatica non è sufficiente. E in nome del denaro troppe
persone hanno sacrificato la gioia della propria vita".
Anche la religione (quella che giustamente noi rifiutiamo) è
caduta nello stesso inganno: si pensa che il denaro abbia la
possibilità di dare una risposta anche ai problemi spirituali.
Ricordo che un uomo di chiesa disse: "Sterco del diavolo?
Se è sterco del diavolo, datelo pure a me, che lo userò
per concimare la vigna del Signore". Io credo che sia una
delle bestemmie più grandi che siano mai state dette.
La religione del denaro
Quali sono le conseguenze di questa nuova religione (permettetemi
di chiamarla così) in cui domina il denaro? Pensiamo alla
lettera di quel ragazzo che dice: La mia droga è l'eroina
o la marihuana che prendo, o è che sto otto ore davanti
a una macchina, in adorazione, solamente a guardarla, perché
fa tutto da sola? Adoro otto ore al giorno una macchina! Devo
solamente guardarla!
Spero anche qui di non offendere nessuno: di questa nuova religione
siamo tutti credenti, siamo tutti fedeli discepoli, siamo forse
anche sacerdoti.
Le conseguenze sono davanti ai nostri occhi:
- La distruzione dello stato come nazione, come popolo, perché
divenga, come si dice, popolo del mondo, disponibile ad ogni
cambiamento, ad ogni trasferimento. La mobilità viene
esaltata come una realtà necessaria e fondamentale. La
mobilità o l'emigrazione, o la deportazione?
- La distruzione della politica. Ce ne stiamo accorgendo. Non
ci crediamo più, abbiamo molti dubbi, siamo molto perplessi.
La politica viene assorbita e viene decisa nel mondo dell'economia,
nel mondo della finanza. I veri capi di stato sono i ministri
delle finanze. Lo slogan è: tutti contro tutti, come vuole
la competizione, la concorrenza; come vuole la legge dell'economia,
che diviene in questo modo la legge della politica. Mi sembra
che si possa dire che è cambiato anche l'assetto politico.
Che cosa vuol dire democrazia? C'è democrazia quando la
maggioranza riesce a distinguere le tesi dell'opposizione dalla
tesi di colui che è al potere. Non c'è democrazia
quando la maggioranza di un popolo è persuasa di non poter
indirizzare la politica del proprio governo.
- La minaccia dell'ambiente. Dicevo prima che l'ambiente non
è più la casa in cui vivere, ma è l'oggetto
da sfruttare per arricchirsi. Tutti vogliamo impadronircene per
il nostro benessere, anche se molti, in questo modo, rimarranno
senza casa. Allora viene naturale chiedersi: qual è la
legge morale, l'etica di questa globalizzazione? Spero di non
essere tacciato di esagerazione dicendo che l'imbroglio è
la regola. L'onestà? Un hobby. Viene esaltata la manipolazione
dei prezzi, lo spionaggio industriale, l'utilizzo dei paradisi
fiscali. Pensate che nelle isole Kaiman hanno sede 25.000 società.
La Giordania è il paradiso dei trapianti, senza regole
oltre a quella del denaro. Mi viene in mente ciò che disse
un alpinista giapponese, accusato di non aver aiutato in montagna
un altro alpinista che era caduto: "A ottomila metri di
altezza non ci possiamo permettere regole morali".
- La distruzione della cultura. Quando un abitante del Marocco
viene in Italia o va in Germania, non incontra la cultura italiana
o la cultura tedesca. Va incontro alla cultura della globalizzazione.
Penso che a nessun tunisino o a nessun marocchino venga in mente
di leggere Dante, o di ascoltare musica classica, o di guardare
i monumenti. Durante il tempo libero guarda la televisione, e
se è possibile il computer. Non possiamo permettere la
fertilizzazione incrociata delle culture! È necessario
imporre un'unica cultura, quella della tecnologia. Non l'ho detto
io. L'ha detto un indiano, Santana Shiva. Siamo condotti a sostituire
inevitabilmente la ricchezza della cultura con un tragico vuoto,
e il vuoto permette l'immissione di qualsiasi progetto, anche
il più delirante, come la guerra. Credo che l'integrazione
dell'umanità in questa cultura sia la causa della decomposizione
di ogni legame sociale.
Dai naufraghi verrà una
risposta
Quale speranza, quale risposta possiamo aspettarci? Dobbiamo
prendere coscienza di ciò che accade. Non possiamo arrivare
all'ultimo momento a sollevare il problema, quando vediamo le
ultime conseguenze. È troppo tardi! L'abbiamo voluto per
cinquant'anni, per quattrocento anni Credo che sia necessario
l'inserimento, l'integrazione della tecnica, dell'economia, nel
sociale. Bisogna costruire una nuova politica, ridisegnare una
nuova città. Ci sono tentativi. Non da noi. Da noi credo
che non sia più possibile. Ci sono esempi stupendi di
una dinamica di sopravvivenza degli esclusi. Là dobbiamo
andare a pescare, fra quelli che vivono di un lavoro informale.
Là è la salvezza. Come dice Latouche, dobbiamo
andare a cercare là dove vivono i naufraghi dello sviluppo
(vale la pena di leggere i libri di Latouche, ad esempio Il
pianeta dei naufraghi o Tra dono e mercato).
Io credo allora che la cosa più importante non sia denunciare
gli altri, anche se dobbiamo avere il coraggio di farlo (a parte
il fatto che non sappiamo più chi denunciare, non sappiamo
più a chi riferirci, non sappiamo più qual è
la controparte: ci sfugge). Il problema è che non possiamo
chiamarci fuori dalle decisioni dei nostri governi. Non è
vero che i nostri governanti hanno deciso la guerra senza di
noi. Non è vero: eravamo d'accordo. Che cosa possiamo
fare? Niente! È inutile che ci sentiamo in colpa, non
serve. L'avevamo preparata, l'avevamo digerita, l'avevamo già
introiettata.
Abbiamo accettato, ad esempio (da quanti anni?) che l'Italia
costruisse armi. Lo sapevamo tutti. Che cosa credevamo, che le
mettesse in un museo? Sapevamo tutti che la nostra ricchezza
vive sul commercio delle armi. Abbiamo mosso un dito? Un giorno
ci viene in mente di dire: non portiamo i soldi alla tal banca
Sappiamo benissimo quanto viene impiegato per la difesa in Italia,
i bilanci sono pubblici. Sappiamo dove sono le basi della Nato,
e non facciamo nulla perché vengano chiuse. Non possiamo
solo protestare e scandalizzarci quando bombardano. Che cosa
credevamo, che tenessero lì le armi da vedere? O che servissero
solo per far paura, solo per la difesa? Siamo così ingenui?
Acque inquinate
Io credo che rischiamo di distruggere la pace anche non facendo
guerra contro altri popoli. Poco più di un anno fa, Prodi
ha detto alla televisione: "Da oltre cinquant'anni non c'è
guerra in casa nostra, ed era da secoli che non succedeva".
Io mi domando innanzitutto qual è casa nostra. E poi:
quante guerre abbiamo portato in casa degli altri per scongiurare
la guerra in casa nostra? L'uomo cerca di dominare la natura,
ma non capisce i meccanismi che stanno alla base degli equilibri
fra l'uomo e l'ambiente. Non li conosciamo più. Non sappiamo
neppure che esistano. Due o tre anni fa, in Cambogia, fu chiesto
a un ingegnere cambogiano un parere sulla situazione politica
del suo paese. E lui ha risposto in khmer, in modo da non essere
preso in giro né da quelli che parlavano inglese né
da quelli che parlavano francese, e ha parlato per un'ora delle
acque della Cambogia, che sono inquinate, perché gli uomini
sono inquinati dentro.
Noi non abbiamo nessuna percezione dell'acqua come sintomo del
nostro stato d'animo interiore. Usiamo l'acqua, sappiamo quanto
denaro ci frutta. Questo lo sappiamo bene. E le nostre spiagge?
Vogliamo dominare la natura invece che adattarci ad essa e riuscire
a vivere in armonia con essa. Cerchiamo di ottenere risultati
straordinari, quelli vogliamo noi, con costi altissimi. Vi leggo
un pezzo di Brecht: "Voi potete scoprire tutto il possibile,
ma il vostro progresso sarà solo un allontanarsi dall'umanità.
L'abisso tra voi ed essa può divenire così grande,
che ad ogni grido di gioia per una conquista corrisponderà
un grido di orrore".
Il senso umano della vita
Come mai siamo arrivati a questo punto? È il vecchio sogno
dell'umanità: il sogno dell'onnipotenza. È il sogno
del dominio sulla natura, sul destino, sugli dei, del dominio
dell'uomo su se stesso, il sogno che ha vinto tanti ostacoli,
che ha fatto progredire la scienza, che ha portato alla conoscenza
della solitudine dell'uomo nell'universo. Dietro ad ogni sogno
c'è sempre un altro sogno, come dietro ad ogni muro c'è
sempre un altro muro. E di qui sorge un'angoscia che non finisce
mai. Il sogno nuovo è sempre più aggressivo, perché
porta in sé anche la delusione del sogno precedente. È
questo il motivo per cui il movimento di progresso si è
mutato alla fine nel suo contrario. È stato detronizzato
Dio, e al suo posto è stata messa la macchina. Ma la macchina
non ha l'arrendevolezza degli dei. Il suo potere non ha pietà.
Quando è messa in moto, stritola. Pretende la sottomissione
di tutti. E con la macchina non è mai permesso sbagliare.
Se c'è uno sbaglio, è la catastrofe. Con gli dei,
è contemplato anche l'errore.
Il grande errore della macchina, come della guerra, è
quello di toccare non solamente il passato, ma anche il futuro.
Ci siamo illusi di poter umanizzare la guerra, come abbiamo tentato
di umanizzare l'economia. È la grande illusione del nostro
secolo. Per questo non possiamo lasciare la vita e il mondo in
mano agli specialisti, ai tecnici, ma dobbiamo affidarla al senso
umano. La scuola non è compito degli insegnanti, è
un problema di umanità! La medicina non è compito
dei medici, è compito dell'umanità. E la guerra
non è compito dei generali: loro faranno solo guerra!
Dobbiamo tornare ad affidare il mondo a quel senso umano che
abbiamo demandato, che abbiamo abbandonato, e di cui ci sentiamo
tanto privi: il senso umano della vita.
Si tratta di progettare un nuovo senso della vita. Ormai nella
nostra società stiamo escludendo sempre più i poveri.
Non ci sono più! Meno male che sono venuti gli albanesi,
altrimenti non c'erano più i poveri. Credo che questa
città che esclude i poveri, che manda via gli ammalati,
che allontana i vecchi, sia all'origine della nostra ??. È
all'interno di questa città. Ormai tutto viene venduto
e acquistato, dicevamo prima. Ci siamo liberati da una schiavitù,
da certe soggezioni che erano insite dentro di noi: il peso del
lavoro, la stregoneria Ci sentiamo quasi in una comunità
libera di uomini liberi. Abbiamo l'impressione di essere capaci
di scegliere, di poter scegliere. Invece ci stiamo accorgendo
che non abbiamo molto spazio di scelta. Io sono d'accordo sul
fatto che l'essere solamente singoli sia l'impossibilità
assoluta di poter dare una risposta. Significa perdere il senso
di se stessi. Non conoscendo l'altro, perdiamo anche il senso
di noi stessi, la nostra identità, per cui reagiamo difendendoci
Difendiamo le nostre persone, i nostri confini, la nostra cultura,
ma non abbiamo il confronto.
Un'occasione mancata
Ci siamo rinchiusi, non stiamo più insieme agli altri.
Dobbiamo cercare un nuovo modo di stare insieme. Vi ricordate
l'evento dei Sans papiers, in Francia. Una chiesa è
diventata, come nel 1500, il luogo protetto in cui non poteva
entrare la polizia. Se la Francia avesse accettato di accogliere
quei poveri, credo che avremmo potuto uscire da un'impasse e
affrontare un nuovo modo di creare la repubblica francese. Non
si è voluto farlo. I Sans papiers chiedevano che
venissero applicati i tre principi della rivoluzione francese:
uguaglianza, fraternità e libertà. Chiedevano che
fosse applicata la costituzione francese, che si ripetesse la
rivoluzione francese del 1800. Avremmo scoperto una nuova solidarietà
fra popoli, fra individui, un nuovo senso della città
e della vita. Avremmo scoperto di nuovo che cosa significa l'ospitalità.
Non abbiamo voluto farlo.
Anche tutti i problemi che abbiamo in Italia, con tutti questi
stranieri che vengono in massa Avremmo la possibilità
di scoprire un nuovo senso della vita invece rispondiamo con
gli stessi meccanismi dei campi di concentramento. Li rinchiudiamo
in ghetti.
La città non è un bene individuale, è un
bene collettivo. Non è possibile rimanere da soli. Non
è possibile. È inutile che ci rinchiudiamo dentro
le nostre case, è inutile che mettiamo inferriate, porte
protette, allarmi, come tutti stiamo facendo. La vita di una
comunità, di una città, di un paese, è collettiva.
Non può essere privatizzata. Non è possibile privatizzare
una città, come non è possibile privatizzare l'aria.
Non si può rinchiudere l'aria, non si può rinchiudere
la terra! Non è vero che noi siamo padroni di questa terra.
I confini li abbiamo inventati noi, ma non esistono.
Saper ripetere la domanda
Questi sono soltanto alcuni esempi per dire che il cambiamento
di cui abbiamo bisogno è un cambiamento culturale. Deve
avvenire dentro. Finché non cambiamo la nostra cultura
di guerra in una cultura disarmata, è inutile che prendiamo
delle decisioni. La brevissima analisi che ho tentato di fare
ha lo scopo di obbligarci tutti a cambiare una cultura di guerra
in una cultura di non-guerra. Smilitarizzare una cultura è
molto più difficile che smilitarizzare un esercito. Dobbiamo
smilitarizzare la cultura che abbiamo assorbito da centinaia
e centinaia di anni. Ciò che avviene oggi è soltanto
una conseguenza. Alla radice c'è un problema di cultura:
è lì che bisogna cambiare.
Queste riflessioni sono un colpo allo stomaco, per me per primo.
Ma è il modo per creare quell'alternativa che può
partire soltanto dall'interno di noi. Non è sufficiente
una risposta dei singoli, è necessaria una risposta di
un popolo, di una comunità. Così come non può
essere affidata a persone specializzate: tutti possiamo impegnarci,
perché è necessaria la "specializzazione in
umanità". In genere le persone specializzate hanno
una dimensione ridotta, mentre il senso umano ha una dimensione
universale. Io credo che tutti noi dobbiamo essere coinvolti,
per ottenere che la città, lo spazio, il tempo, vengano
usati per tutti. La nostra città serve per lo sport, le
fiere, le olimpiadi, l'anno santo, le processioni e le manifestazioni
di alcuni. Non c'è più spazio. Questo significa
svendere lo spazio, prostituire il nostro spazio agli interessi
del mercato e delle multinazionali, non importa se religiose,
politiche o finanziarie.
C'è una mentalità da ricreare. Si tratta di elaborare
un nuovo modo di pensare. Non si tratta di decidere. Se decidiamo
adesso, ripeteremo gli stessi sbagli che abbiamo fatto finora.
L'informazione? Facciamo la contro-informazione! Poi diventa
informazione anche quella, e non ne usciamo più. Si tratta
di andare al di là dell'informazione. Come? È un'alternativa
ancora da creare. Non posso darvi la risposta, non solo perché
non ce l'ho, ma soprattutto perché non è giusto
dare risposte. Per aiutare a capire le cose, il buddismo zen
si serve dei koan. Che cosa sono i koan? Sono domande.
E la risposta? Ripete la domanda. Questa è la risposta
vera: ripetere la domanda. Devo portarmela a casa sullo stomaco.
E la risposta? Verrà, ripetendomi mille volte la stessa
domanda.
Imparare a creare
Noi pensiamo che i problemi possano avere una risposta dalla
tecnica, che semplifica i problemi e offre gli strumenti. Ma
se la responsabilità delle decisioni viene affidata alla
tecnica, ne consegue che la responsabilità degli individui
sparisce. I nostri bambini stanno assorbendo come il latte che
bevono l'irresponsabilità delle decisioni. È stato
fatto un salto di qualità, un salto talmente grande che
ha tagliato l'origine, che ha distrutto il "mito" della
relazione. Non c'è più legame. Non abbiamo più
un legame. Tocca a noi fare il legame fra la generazione del
computer e la generazione dei nostri figli? Non abbiamo la capacità
di farlo.
Non c'è un legame, non c'è corrispondenza; c'è
un salto. Non abbiamo la capacità, non abbiamo più
il senso dell'apporto creativo all'esperienza umana. Ciò
significa dover rinunciare al progetto di un cambiamento. Ci
è stata tolta la capacità di cambiare, di vivere
un'avventura. Non abbiamo più la mentalità dell'avventura.
Il rischio è bandito dalla nostra società. Non
vogliamo più rischiare. E tanto meno vogliamo che i nostri
figli rischino. Li proteggiamo in tutto e per tutto. Così
non hanno più il senso creativo. Al più piccolo
passo che devono fare, si sentono disorientati: "Mamma,
papà, dove vado, dove metto il piede?". Ero sconvolto,
in Cambogia, quando vedevo bambini di quattro anni che andavano
a pescare. E prendevano il pesce. Da noi, un bambino di quattro
anni è ancora in fasce. Sa tutto, ma non è capace
di creare. Ripete soltanto. Ripete lo schema. Fino a venti, trenta,
quarant'anni ripete schemi già prestabiliti. Non riesce
a sfondare uno schema. Dobbiamo educarci all'imprevisto. La concezione
determinista della vita e della storia ci ha talmente coinvolti,
che non esiste nessuno spazio per eventuali cambiamenti. Ogni
cambiamento ci disorienta. Dove ci porterà? Non lo sappiamo.
Quello dell'informazione mi sembra che sia un grossissimo problema.
Tutto è diventato personaggio, tutto è apparenza.
Semplici comparse, per richiamare intrighi sessuali, omicidi,
guerre pur di apparire davanti alla telecamera. L'apparenza!
Credo che l'indirizzo di pensiero e di pratica sia spesso una
pura imitazione di ciò che è già avvenuto,
di ciò che è già stato detto e sentito.
Abbiamo già sentito tutto, e continuiamo a sentircelo
ripetere, con la presunzione della tecnica, della scienza, della
rigidità scientifica. Ma di quale scienza? Scienza vuol
dire provare e riprovare, errore dopo errore. Noi abbiamo paura
di sbagliare. Non vogliamo sbagliare, ci è proibito sbagliare:
se un tasto del computer sbaglia è il caos, non si capisce
più niente.
Diventare poeti
Credo che dobbiamo imparare di nuovo a creare, cioè a
produrre senso, andando oltre i limiti inventati dalla nostra
società. Si tratta di produrre una rappresentazione della
vita che vada al di là di ogni programmazione. Questo
vuol dire diventare poeti. Mancano i poeti nel nostro mondo!
Non mancano i tecnici, ma i poeti. Sapete che il verbo poieo
significa creare. Solamente un poeta crea.
Noi non siamo più poeti. Non vediamo la bellezza di un
fiore, ma solo quanto costa. Gesù ci ha detto: "Guardate
i fiori di campo, guardate gli uccelli dell'aria" Era poesia,
cioè una creazione. Non siamo più capaci di guardare
i gigli, di guardare un fiore. Così abbiamo fatto scomparire
tutto quello che ci circonda, perché solamente attraverso
un fiore, attraverso un uccello dell'aria, abbiamo la possibilità
di intravedere la realtà. Ma non ne siamo convinti. Per
questo io credo che il cambiamento debba avvenire dentro.
Allora, quale soluzione? Ad ognuno la sua, perché non
ce n'è una uguale per tutti.
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