ANTROPOLOGIA E ASCOLTO TRA CULTURE

Prendere la parola dopo gli amici africani, per me che ho la pelle bianca, o meglio rosa, è difficile. Andare da un'altra parte del mondo, in un'altra terra, è come cambiare pelle. Loro ci riescono, ci sono riusciti. Per noi è molto più difficile, perché riteniamo che la nostra pelle sia la migliore, che la nostra cultura sia la privilegiata. Ci degniamo di per-mettere a coloro che appartengono a un'altra cultura di entrare nella nostra, mentre ci sembra inconcepibile il contrario.

Un pugno di terra
A proposito di terra "nostra" e terra "altrui", ricordo un episodio significativo. Quest'estate sono andato con un gruppo di persone a Cuba (dove gli antenati dei nostri amici africani sono stati condotti come schiavi, per permettere la ricchezza dei nostri an-tenati). Là abbiamo raccolto un cesto di terra e l'abbiamo portato con noi in Italia. Poi, a una festa cubana nel nostro paese, abbiamo portato quel cesto e abbiamo detto agli ita-liani presenti: "Chi se la sente, prenda un pugno di questa terra e la sparga sulla propria, sapendo che ciò significa creare una confusione di terre e permettere a un'altra terra di venire sulla propria". Alcuni non se la sono sentita. Alcuni l'hanno fatto con un nodo alla gola. I più l'hanno fatto con grande impegno. Permettere che la loro terra diventi la nostra terra e che la nostra terra sia aperta ad accogliere la loro: questo è un cambiamento di cultura.
È un gesto difficile, perché la nostra cultura non lo concede: il nostro modo di pen-sare è molto più legato, più fisso, meno flessibile, meno capace di darci la possibilità di un cambiamento. Siamo rigidi, ed essere rigidi nelle proprie idee significa essere fanatici.
Con questo non intendo offendere nessuno: né la mia cultura che amo molto, né la mia terra di cui non posso fare a meno, né la mia lingua che è quella che mi permette di parlare e di ascoltare.

Mondi diversi
Non conosco molto l'Africa, e mi dispiace. Conosco invece il lontano Oriente, e in particolare il Sud-est asiatico. Mentre ascoltavo i nostri amici africani, pensavo ai miei amici cambogiani o vietnamiti e sentivo la sofferenza mia e loro di non riuscire a collo-quiare, sentivo il peso dell'incapacità della nostra cultura a dialogare con una cultura co-me la loro, che veramente merita e ha bisogno di ascolto. E mi è venuta in mente la storia di un monaco buddista che chiese al proprio discepolo: "Se ci fossero due persone, una molto anziana e una molto giovane, e tu potessi salvare una sola delle due, quale dovresti salvare?". Il discepolo non rispose: non si risponde mai al maestro. Quest'ultimo disse: "Di fronte a un vecchio e a un giovane, se potessi salvare uno solo dei due, salverei sicu-ramente l'anziano. Se il giovane soltanto rimanesse in vita, chi gli insegnerebbe la sapien-za? Rischierebbe la disperazione".
Noi risponderemmo senza ombra di dubbio che andrebbe salvato il giovane. Nei nostri ospedali, di fronte a un vecchio e a un giovane, la scelta è scontata: bisogna salvare il giovane. È un altro mondo, un mondo che segue un cammino talmente differente dal nostro che l'incontro ci sembra impossibile. Loro ci hanno rivolto un invito: "Incontriamoci, parliamoci, proviamo a capirci". Lo dico con sofferenza: forse non è possibile. Non perché non siamo educati, non perché manchi la buona volontà: non è possibile perché si tratta di due mondi troppo diversi per potersi compenetrare.

Ricerca senza fine
In una situazione del genere, la proposta è quella di un avvicinamento, forse per u-na reciproca fecondazione. La proposta è quella di dare alla nostra cultura la possibilità di essere fecondata da strumenti, da elementi, da ricchezze "altre", senza per questo sconfessare o negare le nostre. Non possiamo perdere la nostra identità. Non dobbiamo perderla, anche se dovrà essere flessibile e capace di trasformarsi e flettersi per non esse-re fanatica.
La verità non è una conquista, è soltanto una ricerca che non avrà mai fine. Dalla gioia di aver fatto un cammino, noi siamo passati alla convinzione di aver raggiunto la meta. Ci sentiamo "arrivati", e allunghiamo la mano perché altri arrivino dove siamo noi. Restiamo meravigliati quando vediamo che molti non afferrano la nostra mano e non vo-gliono venire. Se vengono, lo fanno per altri motivi. Intervenendo recentemente a un con-vegno in Italia, uno studioso che insegna Economia politica in Danimarca e in Vietnam ha detto:
"La verità consiste nel fatto che negli ultimi vent'anni abbiamo distrutto il lavoro e i sacrifici di almeno un secolo. Con fatica ci si era mossi verso la solidarietà per sottrarsi alla violenza di quella bestia che è il denaro. La fine del colonialismo, la sconfitta del na-zismo, la rivoluzione socialista in Europa e in Asia avevano permesso di sperare in un cambiamento. Poi, all'improvviso, abbiamo fatto marcia indietro. È stato reintrodotto il commercio degli schiavi. Navi piene di disperati viaggiano sui nostri mari. Certo, il feno-meno è diverso, perché adesso gli schiavi pagano per venire. Stiamo attraversando tempi terribili. Siamo in tempi di economia partecipata e contributiva, direbbero con soddisfa-zione i nostri ministri economici. In realtà, siamo tornati alla pirateria. Sulle navi, gruppi di disperati si avventano per arrivare a prendersi qualcosa che è stato loro negato. Come nel passato. Stiamo tornando alla schiavitù, alla pirateria, forse anche al cannibalismo. Abbiamo istituito le banche degli organi. Sapete quanto costano un fegato, un rene o un cuore sul mercato? C'è il listino ufficiale dei prezzi. Un rene costa dai 2.000 ai 3.000 dollari Usa, un cuore dagli 8.000 ai 10.000 dollari. Durante la guerra in Cecenia, corpi speciali di medici avevano il compito di prelevare gli organi ai giovani soldati morti. O soltanto feriti gravemente? Gli italiani sono più umani: in Albania, un rene prelevato a un bambino viene pagato qualche dollaro. Insomma, tutto si vende: così c'è la trasparenza del mercato".

Ascolto
È un discorso difficile per noi. Il rapporto con lo straniero, da noi, è sempre stato vissuto e continua ad essere vissuto in termini di aiuto e di assistenza da offrire a popo-lazioni "arretrate", provvedendo alle loro necessità materiali. E assumendoci questo im-pegno ci sentiamo "bravi".
Ricordo un episodio che anni fa fece scattare in me i primi dubbi. Ero in India, do-ve era avvenuta una grande inondazione: un disastro che aveva causato migliaia e migliaia di morti e di senzatetto. Nel porto di Bombay arrivarono due navi italiane cariche di ogni ben di Dio. Furono rimandate indietro: "Siamo capaci anche noi di dar da mangiare ai no-stri figli". Un orgoglio e una dignità indistruttibili!
Disse un santone indiano: "Devi farti perdonare ogni gesto di carità che fai verso un povero". Noi siamo lontanissimi da questa cultura, non ci ritroviamo in questo modo di pensare. Ma forse dobbiamo mettere quest'altro mondo accanto al nostro, non per cambiarci, ma per ascoltarlo, rendendo più grandi le nostre orecchie e più piccola la no-stra bocca.

Come gli uccelli del cielo
Come dialogare con un mondo così diverso dal nostro? È possibile un contatto, un'interferenza, uno scambio?
Un indiano, R. Panikkar, si è ispirato a un libro sacro della nostra cultura, il Van-gelo, per proporre il dialogo interculturale nei seguenti termini:
"Quando entri in un dialogo interculturale, non pensare prima a ciò in cui tu devi credere.
Quando dai testimonianza della tua cultura, non difendere te stesso o i tuoi inte-ressi, per quanto ti possano apparire sacri. Fa' come gli uccelli del cielo, che cantano e volano e non difendono la loro musica e la loro bellezza.
Quando dialoghi con qualcuno, guarda il tuo interlocutore come un'e-spe-rien-za relativa, come guarderesti o ti piacerebbe guardare i fiori dei campi.
Quando intraprendi un dialogo interculturale, cerca di rimuovere la trave dal tuo occhio prima di rimuovere la pagliuzza da quello del tuo vicino.
Beato te quando non ti senti autosufficiente mentre sei in dialogo.
Beato te quando credi all'altro prima che a te stesso.
Beato te quando incontri incomprensione da parte della tua comunità e della tua cultura a causa della fedeltà a tutti.
Beato te quando non attenui le tue convinzioni e tuttavia non le presenti come as-solute".
Credo che venga spontaneo, a questo punto, ricordare la difficoltà rappresentata dall'universalismo dell'Occidente. Il sogno degli occidentali, infatti, è stato quello di co-struire la città umana fondandola prevalentemente sulla ragione, sulla legge. Alcuni giorni fa, un uomo politico ha detto: "La pace non è mai stata costruita dalla cultura, ma soltan-to dalle leggi" Il discorso potrebbe continuare, ma preferisco fer-marmi qui, lasciando ad ognuno la possibilità di scoprire in che cosa consiste quella che noi chiamiamo la "civiltà" da esportare in tutto il mondo.

I "barbari"
Qual è la speranza che scaturisce dalla massa di gente che attraversa il mare per venire ad abitare in mezzo a noi? È un dato di fatto: tutti i grandi cambiamen-ti della sto-ria sono avvenuti attraverso le migrazioni. Queste hanno provocato cambiamenti radicali, che ad esempio hanno fatto sì che i barbari salvassero l'eredità dell'impero romano. I barbari: una parola strana, onomatopeica. Si è sentito parlare uno straniero e non lo si è capito; si è subito concluso che la sua lingua era un "bla-bla" senza senso, un linguaggio "barbaro". Il nostro atteggiamento di oggi è ancora lo stesso: tutto quello che per noi non è comprensibile, è barbaro.
Dall'altra parte del mondo, la presenza della forza culturale dell'Occidente riesce a far sì che le persone si vergognino della propria cultura. I miei amici cambogiani si vergo-gnavano a farsi vedere da me a mangiare con le bacchette o a vestire alla cambogiana. Nel Laos, il governo ha dovuto imporre alle ragazze di portare l'abito tradizionale: di fronte agli europei, volevano presentarsi con un vestito europeo. Ma la nostra presenza può non essere distruttiva. Avendo conosciuto altri popoli, abbiamo il compito di prendere la loro parte, dicendo cose che loro vorrebbero dire, ma per rispetto non osano dire.

Cammini differenti
L'eurocentrismo, la presunzione di essere il centro del mondo intero, è un rischio ancora attuale. L'economia, la cultura, la sanità, la scuola sono strumenti terribili nelle nostre mani. Con estrema delicatezza, i nostri amici asiatici ci fanno notare che forse i famosi "diritti dell'uomo" non sono universali, sono soltanto nostri. Mi sono assunto il rischio di ripetere queste parole nel cuore dell'Europa. Un dirigente dell'Unione Europea non ha potuto fare a meno di prendere subito il microfono per dire: "Devo sconfessarti, sono universali!". E ne ha parlato come delle nuove tavole della legge. Io ho risposto: "Chissà quanto ci metteremo a distruggerle!". Non voglio dire con questo che non siano vere, che siano menzogne. Ma non sono assolute: possono essere integrate, possono es-sere cambiate.
Abbiamo dichiarato le due ultime guerre mondiali. Ma perché definirle "mondiali"? Perché coinvolgevano noi? Abbiamo definito "universali" i diritti del-l'uomo dichiarati da noi. Non dico che quei diritti non siano validi. Ma perché presumere che non ce ne siano altri?
L'"universale" non esiste. Accettare un'affermazione del genere significa accettare che la nostra cultura, fondata sulla ragione e sullo scritto, possa non essere la cultura di tutti. Noi ci sforziamo di portare dovunque la nostra cultura, la nostra scrittura, i nostri libri. Tutto ciò che non è scritto, secondo noi, va perduto. Io dico: speriamo che rifiutino questa cultura. Se la nostra cultura della carta si dovesse diffondere in tutto il mondo, nel giro di sette anni non ci sarebbe più un albero sulla faccia della terra. Speriamo di trovare altri modi
In Occidente è ormai comunemente accettata una dissociazione che a noi ha fatto fare grandi passi in avanti: la dissociazione tra lo spirituale e il materiale. Altrove sono state seguite altre strade. Perché voler imporre agli amici musulmani il nostro cammino?

Le "bugie" dell'Occidente
Io credo che esistano tre "bugie" dell'Occidente che devono essere sfatate.
La prima è l'universalismo. Se davvero i nostri valori sono universali ed esportabili in tutto il mondo, perché riusciamo ad estenderli solo nelle nazioni forti e potenti? Per-ché non riusciamo a trasmetterli agli ultimi, che rappresentano la maggioranza degli abi-tanti della terra?
La seconda bugia è l'aver ridotto la vita alla felicità terrena, riconducendo tutto alla ricchezza economica e al benessere materiale. Quando il Laos ha cominciato ad aprire le porte al nostro benessere materiale, ho assistito a un dialogo significativo fra un delegato della Banca mondiale e un ministro del governo laotiano a proposito dell'istituzione di un'università nella capitale. Il delegato offriva un finanziamento a condizione di poter imporre il programma. Il ministro del Laos, uno dei paesi più poveri del mondo, ha ri-sposto: "Potete riportare a casa i vostri soldi". Per un ministro, dire no alla Banca mon-diale è un grande atto di coraggio. Credo che noi non l'avremmo fatto.
La terza bugia, secondo me, è legata alla tecnica, che ci ha portato a svalorizzare il pianeta terra al punto da procedere a una sempre maggior distruzione della natura, nono-stante il rischio di catastrofi. Non riusciamo più a fermarci.

Scendere dal piedistallo
Non c'è dunque più nulla da fare? No, io credo che questi convegni dimostrino che c'è ancora un grosso spiraglio. C'è la possibilità di un incontro, non di gente che sta in alto e gente che sta in basso, ma di gente che scende dal proprio piedistallo per stare con tutti gli altri. Quando si ritiene che l'altro sia più in basso, non è possibile instaurare un dialogo. Non può esserci dialogo fra uno che sta sopra un carro armato e uno che sta a terra con un sasso in mano. E la soluzione non consiste nel dotare anche l'altro di un car-ro armato. Non si tratta di elevare gli altri alla propria presunta altezza, ma di mettersi al loro livello. Soltanto allora sarà possibile un dialogo. Ciò non vuol dire che dobbiamo di-struggere noi stessi, che dobbiamo rinunciare alla nostra identità. Vuol dire che non dob-biamo assolutizzare nulla, né la nostra fede religiosa, né la nostra fede politica, né la no-stra economia, la nostra cultura, la nostra scuola, la nostra sanità. E questo è il compito più difficile, per noi. Ma credo che sia l'unico cammino da percorrere alla ricerca di una via d'uscita dai vicoli ciechi in cui si è cacciata la nostra società.