|
Universalismo e intervento
sociale
Universalismo nella scuola,
nell'intervento sanitario, nell'ambito del sociale
Premessa
Come per ogni esperienza di vita,
così anche per la scuola il problema della nostra società
occidentale è l'universalismo. Abbiamo l'impressione che,
se non c'è una dimensione universale, la nostra vita,
il nostro impegno, la nostra cultura non abbiano senso. Abbiamo
l'impressione che restringere il nostro apporto alle dimensioni
di un'area limitata faccia perdere valore alla nostra stessa
esistenza: la politica, la religione, il lavoro, la filosofia,
l'economia si combattono e si verificano proprio sul problema
dell'universale.
L'universalità è ovunque utilizzata come metodo
di comprensione dei comportamenti umani: "Se non c'è
un universale, com'è possibile conoscersi e com'è
possibile scambiare? Rischiamo di rimanere sconosciuti e sarebbe
finita la scienza".
L'universalismo utilizza concetti globalizzanti, che in fondo
sono molto ingenui e forse anche meschini: partono dalla convinzione
che la verità che noi possediamo può avere dimensioni
universali e può quindi avere la possibilità di
essere esportata ovunque.
Il punto di riferimento dell'universalismo è sempre stato
l'analogia, attraverso la quale si crede di poter giungere alla
comprensione dei comportamenti che caratterizzano gruppi di persone
o anche interi popoli.
Ma attraverso l'analogia si rischia di accettare gli elementi
che risultano a noi comprensibili e di eliminare tutti quelli
che non sono nella linea del nostro pensiero. Risulta quindi
evidente che l'analogia ci coinvolge in un problema di metodologia
e di conoscenza.
La comprensione di una persona (anche di un bambino in età
scolare) non è possibile se l'individuo è isolato
dalle sue affiliazioni e se non viene considerato il suo inserimento
nel gruppo di origine. E' necessario convincerci che l'oggetto
delle scienze umane è complesso e non deve essere semplificato.
Nella conoscenza dell'altro è fondamentale tener presente
il punto di vista dell'"og-get-to", anzi, è
fondamentale fare in modo che l'oggetto della conoscenza non
sia più tale, ma si possa trasformare in soggetto di
relazione.
La relazione nelle istituzioni
Ogni incontro crea relazione
e ogni persona coinvolta è trasformata, sia pur inconsapevolmente,
dalla presenza dell'altro. Per questo motivo è necessario
spogliarsi di ogni considerazione aprioristica legata all'oggetto-soggetto
di studio o di osservazione per non rinchiuderlo dentro categorie
preesistenti.
Il primo impegno sarà allora di studiare la solidità
dei pregiudizi e i loro limiti. Tutto questo obbligherà
l'operatore (insegnante, psicologo, cooperante) a inventare insieme
all'"altro" nuove categorie di relazione assumendosi
i rischi e fabbricando un pensiero adatto alla situazione.
Una particolare attenzione dovrà essere data all'azione
dell'operatore. L'intervento operativo, la soluzione di un problema,
le stesse difficoltà della relazione sono legati all'operatore,
da lui dipende la comunicazione e anche l'intera prospettiva.
Dall'operatore dipende la costruzione di un'autentica teoria
dell'interazione: si tratta di pensare l'azione di un terzo,
a partire da un sistema che tenga conto della natura del soggetto.
E' necessario essere coscienti che porre un'azione provoca nell'altro
una reazione che non ci sarebbe stata se l'azione non fosse stata
posta.
Può sembrare banale, ma non sempre viene tenuta in considerazione
la necessità di costringere l'operatore che compie un
intervento a confrontarsi "leal-mente" con i saperi
che provengono da universi eterogenei. Questo vale non solamente
per i saperi che provengono da culture lontane, ma anche per
quelli che provengono dalle culture di casa nostra, perché
ogni individuo è portatore di una cultura differente.
Tutto questo significa mettere gli operatori sotto il "controllo"
di coloro che essi aiutano. E tutto questo comporta inevitabilmente
nuove, importanti implicazioni etiche.
Si potrebbe riassumere tutto ciò in una frase: "Non
esiste intervento pedagogico, sanitario, assistenziale, non esiste
alcun intervento di aiuto, e non esiste relazione al di fuori
di una cultura". Questo potrebbe significare che è
necessario porre i nostri interventi sotto il sapere delle singole
persone, o dei gruppi, il che non permetterebbe mai di produrre
enunciati sulle persone, sui gruppi o sui popoli che vogliamo
capire, studiare o aiutare.
E' necessario legittimare le conoscenze degli altri e confrontarci
liberamente con i saperi che vengono da altri mondi e da altre
convinzioni.
Dobbiamo d'altra parte riconoscere che tutti rifiutano in modo
perentorio di perdere la propria cultura e il proprio sapere.
L'aiuto "umanitario"
L'aiuto umanitario, e comunque
qualsiasi aiuto dovrà tener presente che non è
giusto esportare teorie e modelli di intervento "nostri",
perché in tal modo rischiamo di cadere in una ideologia
e di costruire con le nostre mani una macchina da guerra. Le
grandi organizzazioni, le nazioni economicamente potenti, oppure
le confessioni religiose tendono a fare ovunque interventi umanitari
fondati sugli aiuti di emergen-za, realizzando così una
politica d'occupazione. In genere si impegnano prevalen-temente
nel campo sanitario oppure nel campo della formazione, scolastico
o pedagogico.
I conflitti, i genocidi, le guerre e i massacri producono gravi
traumi in molta parte della popolazione e in particolare nei
bambini, che spesso sono spettatori impotenti della morte o della
dispersione delle loro famiglie o del loro gruppo. E' interessante
rilevare che spesso questi interventi si rivolgono a popolazioni
che escono da regimi dittatoriali, in paesi come Haiti, la Cambogia
o la Bosnia, dove sono deboli le capacità politiche di
critica e ogni intervento esterno sembra essere una soluzione
adatta al rinnovamento e alla trasformazione.
Gli operatori sociali (psicologi, pedagogisti, medici, infermieri,
insegnanti...) partecipano alla realizzazione di centri di cura,
di scolarizzazione, di riabilitazione dei sopravvissuti alle
guerre e alle stragi, occupandosi delle vittime che sono rimaste
vive attraverso un doloroso cammino, che le ha stravolte. In
tale contesto, gli operatori dei nostri paesi si dedicano alla
formazione di operatori locali che continuino il trattamento
quando non saranno più presenti gli operatori e i formatori
della nostra cultura.
In ogni angolo del mondo fioriscono così centri di cura,
centri di riabilitazione, scuole professionali o università
che derivano quasi sempre da una grossolana imitazione dei modelli
occidentali.
In questo modo gli eventi traumatici, le guerre, le situazioni
di emergenza diventano una ghiottissima occasione per esportare
teorie, tecniche, valutazioni, progetti, mentalità, filosofie
di vita di tipo occidentale. L'universalismo, in particolare
innestato nella medicina e nella scuola, diventa una vera e propria
tortura, a cui i popoli in difficoltà si sottomettono
pur di avere l'apporto finanziario che i popoli occidentali cercano
di trasferire.
Gli interventi umanitari (di scolarizzazione, di cura o di riabilitazione...)
si collocano inevitabilmente dentro la logica della cultura di
coloro che erogano i servizi e spesso diventano l'espressione
più forte dell'occupazione coloniale delle potenze occidentali.
Nel caso di una catastrofe naturale, in occasione di guerre o
di conflitti, le organizzazioni si "precipitano" per
intervenire nei tempi più veloci possibili, prendendo
personale da qualsiasi parte del mondo e raccogliendo merce di
qualsiasi tipo, che viene inviata sul posto dell'intervento come
espressione di solidarietà verso le popolazioni colpite.
L'operazione descritta dà invece l'impressione di una
vera e propria occupazione territoriale: si cerca di giungere
sul posto al più presto, in tempi veloci, possibilmente
per primi e spesso in concorrenza con le altre organizzazioni
dello stesso tipo. La strategia umanitaria sembra avere imparato
le mosse della strategia militare, di cui sembra assumere anche
le caratteristiche. Probabilmente non è un caso che siano
stati impiegati i soldati come personale "umanitario"
e che la guerra stessa sia stata chiamata "guerra umanitaria",
cioè guerra che avrebbe un fine umanitario. L'unione di
queste due parole, "guerra" e "umanitario",
è un terribile connubio, un'infamia che la nostra generazione
si porterà dietro per secoli.
Le organizzazioni umanitarie sembrano compiere interventi immuni
dal colonialismo e si offendono se viene loro attribuita questa
caratteristica. Infatti non hanno la preoccupazione della legge
del mercato, che esige la presenza di una domanda a cui rispondere
con un'offerta: la domanda viene costruita dalle stesse organizzazioni
direttamente sul terreno. E' facile trovare corrispondenti locali
che si prestano ad essere la quinta colonna degli interventi
esterni: viene fatta una rapida analisi della situazione e si
fabbrica la domanda non tanto secondo il bisogno, ma secondo
la disponibilità dell'offerta dei donatori, oppure secondo
il personale immediatamente disponibile o secondo la merce che
è giunta in quel momento o che si avvicina alla data di
scadenza.
La concorrenza
Non è facile gestire un
progetto di intervento facendo fronte alla concorrenza di tutte
le associazioni che si dividono il mercato della disgrazia: ognuna
lavora per proprio conto e tutte offrono circa le stesse prestazioni,
che si possono riassumere purtroppo in una parola: occidentalizzazione.
Nel 1995, a Phnom Penh, nella "Regia Università di
Cambogia" erano impegnate 18 associazioni umanitarie (ONG).
Ognuna si occupava del proprio progetto, e i progetti erano tutti
simili tra loro. Quando una volta si sono incontrate, è
scoppiata un'autentica guerriglia di parole per decidere se gli
interventi dovevano essere tenuti in lingua francese o in lingua
inglese. I Cambogiani, allibiti e silenziosi, assistettero allo
scontro, che non era nient'altro che un'operazione di conquista
di uno spazio culturale.
Come per la guerra, così anche per la conquista culturale
il danaro è sempre stato la base: le strade si aprono
automaticamente davanti all'avanzata delle grandi potenze finanziarie,
e gli operatori delle Associazioni umanitarie sono in genere
ben pagati per passare su queste terre di conquista alcuni mesi
o qualche anno della loro vita. La scelta degli operatori in
genere cade tra i cooperanti che in qualche parte del mondo hanno
già operato per realizzare progetti simili, poco importa
se vengono in Asia dall'Africa, dall'America latina, dall'Est
Europeo o viceversa. Ripeteranno in tutto il mondo lo schema
di relazione che è stato loro insegnato: trasferire il
modello occidentale della scuola, della sanità, del mercato,
del turismo, del lavoro, della religione o dell'organizzazione
dei servizi nei territori in cui vengono ad operare.
Spesso in queste azioni sono impegnati personaggi ad alto livello
delle diverse scuole di pensiero, i quali vanno a fare dell'"umanitario"
per qualche mese o addirittura per qualche settimana, accreditando
le loro pratiche e le loro teorie di scuola. In genere queste
persone non conoscono molto della cultura in cui sono paracadutate,
anzi, pensano che questa conoscenza non sia necessaria, perché
sono convinti di possedere una "scienza al di sopra delle
parti", cioè universale e quindi vendibile a qualunque
latitudine. In genere non si interrogano neppure sui problemi
dell'incontro tra le varie culture, e tanto meno sui problemi
che sorgono in riferimento all'azione umanitaria. Si sentono
inviati in uno dei quattro angoli del mondo a trasmettere una
conoscenza che nell'ambiente da cui provengono non potrebbero
mai tradurre in pratica senza l'assistenza di esperti, mentre
"laggiù" diventano automaticamente esperti in
didattica, in psicologia, in programmi educativi, in programmi
di amministrazione pubblica, in terapie di ricupero. Rischiano
così di diventare rigidi riproduttori di teorie e di pratiche
a cui sono stati solamente iniziati, trasmettendo conoscenze
che possono risultare persino erronee come se fossero assodate
e sicuramente valide. Gli interventi educativi o sanitari, i
programmi di politica amministrativa o di formazione spesso non
sono oggetto di valutazione da parte delle persone o dei gruppi
per i quali è stato previsto l'intervento. Spesso la scuola
o l'intervento assistenziale o medico fabbricano i propri oggetti.
L'intervento di aiuto, soprattutto nelle situazioni di emergenza,
è in genere della stessa natura sia che venga fatto a
Battambang in Cambogia, a Sarajevo in Bosnia o a Lima in Perù.
E spesso l'oggetto di intervento viene messo a nudo e ripensato
in termini generali proprio per avvalorare la pretesa di universalismo.
E' necessario avere il coraggio di ammettere che questo tipo
di intervento è di fatto una vera e propria deculturazione.
A volte produce un'umiliazione culturale oppure una perdita del
sentimento di identità. Si rischia di privare l'"oggetto"
su cui viene riversato l'aiuto di ogni possibile competenza.
Si rischia di fabbricare persone o gruppi spogliati di tutto
ciò che li differenzia e di tutto ciò che li contrappone
ad altri, il che permette di integrarli nel modello universalista.
I più disponibili a questa operazione sono i giovani laureati,
ancora in cerca di un lavoro stabile, che si sentono gratificati
nel dare qualche anno della loro vita per una causa umanitaria.
I diritti umani
Sovente le missioni umanitarie sono organizzate in nome della
salvaguardia dei diritti umani: si opera per fondare la società
sui diritti umani, in nome degli stessi diritti e della dignità
umana. Il concetto di "diritti umani", nella nostra
mente di occidentali, ha sempre una dimensione universale: dovrebbe
sfuggire ad ogni cultura e potrebbe considerarsi estraneo a
tutto ciò che costituisce la presenza di un individuo
all'interno del gruppo d'origine. Ma coloro che pensano in questo
modo si sono già costituiti in gruppo e possiedono una
propria cultura, il che è in contraddizione con la dimensione
universale che propugnano.
Utilizzare in modo universale il concetto di diritto umano sarebbe
come utilizzare un'illusione. Questo concetto diventa uno strumento
di deculturazione, che può distruggere i gruppi precostituiti
e realizza la nozione di individuo nel senso più egoistico
del termine. Infatti, nel momento in cui l'appartenenza al proprio
gruppo viene distrutta e dissolta nell'universo, l'unica soluzione
consiste nel rifugiarsi nell'individualismo in cui ognuno spera
di essere qualcuno. E' il modo per dare all'individuo statuto
giuridico: ognuno avrà diritti definiti per legge sia
sul proprio corpo che sul proprio pensiero. Ma nella grande maggioranza
dei gruppi il corpo e il pensiero non sono considerati come proprietà
individuale. Ed è in questo modo che il concetto universale
dei diritti umani attacca e distrugge direttamente il gruppo.
Incentrare l'intervento umanitario (la scuola, l'intervento medico
o riabilitativo) sull'individuo significa frammentare i gruppi
originali e organizzarli in una visione universalistica, che
di fatto è invece la visione di chi detiene maggior potere,
cioè del mondo occidentale.
I soggetti dell'intervento umanitario non hanno altra scelta
che quella di acconsentire alle decisioni di coloro che "vengono
da lontano". Costoro sono "inviati" in ogni angolo
del pianeta e trasmettono anche con la semplice loro presenza
quello che la scienza occidentale ha in loro instillato come
un modello da esportare ovunque.
Nella Facoltà di sociologia di un'università asiatica,
un giovane docente europeo insegnava le teorie sociologiche di
Toqueville, di Smith e di altri luminari occidentali come le
uniche teorie possibili per tutto il mondo. All'osservazione
che eravamo in Asia e che anche gli asiatici possono avere dottrine
sociologiche importanti, rispose: "Questa è l'unica
dottrina sociologica che permette agli occidentali e agli asiatici
di incontrarsi attorno ad un tavolo, e comunque è l'unico
strumento che può servire agli asiatici quando negli incontri
internazionali dovranno trattare i problemi del loro paese".
Sarà comunque interessante verificare gli effetti distruttivi
sulla cultura che seguiranno a questi interventi: sarà
importante verificare le anomalie che questi interventi provocheranno
nelle culture (sia nella nostra cultura occidentale che in quelle
di altri paesi).
L'universalismo
E' radicale la deculturazione
che l'universalismo provoca nelle società. Riducendo le
persone alla componente universale, le priva delle loro appartenenze,
Quando questa filosofia diviene metodo di analisi, di verifica
e di comportamento quasi inevitabilmente si chiude la strada
alla conoscenza dell'altro: si cerca di vedere nell'altro quello
che c'è di universale, che alla fine non è nient'altro
che quello che ci appartiene.
La presenza di una persona nella vita di un'altra persona, la
presenza di un gruppo nella vita di un altro gruppo è
importante, è occasione di indagine reciproca e di uno
scambio interculturale profondo.
Tutte le forme di scambio sono profonde: azione umanitaria, studio
delle varie culture, relazione di aiuto, interventi assistenziali,
progetti scolastici Però non possiamo accettare che tutto
questo si trasformi in un "mercato" di intervento,
dove la merce delle culture "potenti" è venduta
alle culture economicamente deboli. Sarà necessario che
coloro che sono impegnati si educhino e si formino in una metodologia
di intervento che sappia rispettare le culture, soprattutto quelle
minoritarie. E' triste porsi come presupposto teorico che "le
culture deboli prima o poi dovranno scomparire e devono quindi
prepararsi al momento inevitabile in cui dovranno soccombere
e lasciare il posto ad altre culture più importanti e
più evolute".
Ci sono troppi operatori che sono disposti ad esportare nel mondo
intero le nostre conoscenze pedagogiche, i nostri progetti scolastici
o le nostre pratiche terapeutiche. La diversità e le differenze
dei vari sistemi scolastici dovrebbero essere invece uno stimolo
alla nostra curiosità e alla nostra cultura per allargare
gli orizzonti della nostra conoscenza.
Andare a "educare" un altro, andare ad insegnare a
un altro o a curare un altro, significa conoscere il suo mondo,
i suoi miti, i suoi riti, le dottrine che sottendono l'esperienza
della nascita e della morte nella sua cultura, la sua percezione
delle cause che sottostanno alla malattia, alla guarigione e
alla morte. Non si può educare o istruire una persona
e tanto meno curarla se non siamo informati sulle sue "divinità",
e su come queste "divinità" intervengono nel
mondo in cui gli esseri si muovono.
Sono necessari insegnanti, operatori sociali, operatori sanitari
che accettino di porre in discussione i loro sistemi di pensiero,
che siano disponibili a modificare le loro pratiche a contatto
con esperienze nuove e con gruppi diversi.
Non è possibile prevedere un'azione umanitaria, o comunque
un'azione di intervento su una situazione di bisogno, se non
si lavora a stretto contatto con i gruppi culturali in cui si
opera. Ciò può avvenire solamente portando il massimo
rispetto alle loro rappresentazioni culturali e rituali, alle
loro tecniche o filosofie di istruzione, ma anche conoscendo
e rispettando i loro metodi, i loro "maestri", le loro
divinità e i loro oggetti di culto.
Questo significa dare un valore relativo alle nostre dottrine
di funzione simbolica, di elaborazione psicanalitica del trauma
o della morte, e tanto più alle nostre conoscenze linguistiche.
Non perché le nostre conoscenze siano false, e quindi
da rigettare, ma perché sono da considerare nello stretto
ambito culturale in cui sono nate e da cui non possono essere
estrapolate per essere trasferite altrove.
E' necessario costruire progetti non sulle persone, e neppure
per le persone, ma con le persone, partendo dalle loro conoscenze,
dalle loro esperienze educative e pedagogiche, dalla loro esperienza
della sessualità, come anche dalle loro scoperte terapeutiche,
dalla loro conoscenza del bene e del male, dal loro concetto
di ordine, di proprietà, di legge, di pulizia, di igiene,
così come dalle loro rappresentazioni simboliche della
sofferenza, della disgrazia, della guarigione (che vanno messe
a confronto con le rappresentazioni simboliche della nostra cultura).
Conclusione
In una parola, è necessario
che gli operatori sociali, sanitari e scolastici che intervengono
nell'ambito di un'altra cultura siano educati a imparare: l'avvenire
degli interventi di aiuto (scolastico, medico, sociale, umanitario)
passa attraverso questa scuola.
Inoltre è necessario uscire dal clima dell'emergenza che
propone interventi immediati e spesso senza un'attenzione adeguata
alle persone, alla loro cultura e al loro metodo educativo. In
genere l'intervento di emergenza non risolve il problema che
si va ad affrontare, anzi, lascia spesso problemi più
gravi di quelli che si è cercato di risolvere. I nuovi
problemi cadranno così sulle popolazioni e sugli individui
che non li hanno provocati e che non avranno gli strumenti adatti
per conoscerli e tanto meno per risolverli.
Forse dobbiamo smettere di "fare senza pensare". Dobbiamo
avere il coraggio di confrontare lealmente i nostri modelli teorici
di educazione e di formazione con altri modelli, a cui spesso
non diamo importanza.
Questo può diventare l'avvenimento più importante
dell'azione umanitaria e anche del cammino della scienza. Se
non realizzeremo questo cammino rispettoso, ci troveremo ad essere
i continuatori di quell'esperienza colonialistica in cui siamo
stati educati e di cui forse non siamo neppure coscienti.
|